Col sudore della fronte

1972 cameriere al Club Med

Questo primo dicembre 2015 mi porta indietro nel tempo al 1 luglio 1978 allorché devo aver per la prima volta messo piede “per provare” a l’Unità.

O, forse, a un indefinito giorno d’inizio estate del 1972 quando, subito dopo essere stato bocciato in quarta ginnasio, fui irremovibilmente spedito da mia madre a lavorare nei mesi di vacanza a Vingone – punta estrema del comune di Scandicci, dove vivevo all’epoca –, da un carrozziere, Gaetano Falletta, il quale, a furia di farmi “cartare” con la mano ben distesa in modo da non creare avvallamenti sulla superficie delle auto che dovevano essere riverniciate, mi convinse che tutto sommato studiare era meglio che lavorare.

Anzi, mi instillò un dannato monito in fondo all’animo: quello di far entrambe le cose, affidando allo studio il compito di garantire l’autonomia e l’indipendenza della propria mente e al lavoro quello di garantire l’autonomia e l’indipendenza della propria persona.

Da quel giorno, infatti – avevo 15 anni – non ho mai smesso di provvedere a me stesso, per tutto il tempo del liceo limitatamente alle spese “superflue”, ovvero sia vitto, alloggio e tasse scolastiche escluse, e subito dopo per intero, infine, parzialmente, anche con famiglia a carico.

Sì, ci sono stati i giorni di malattia, le ferie maturate, corte e permessi, e fare il giornalista, com’ebbe a dire un maestro, è sempre meglio che lavorare.

Ma per 43 anni – a spanne sono quasi 16 mila albe e altrettanti tramonti – ci ho dato dentro, non mi sono tirato indietro e credo di aver interiorizzato la lezione appresa nel 1973 o nel 1974 – facendo il barman al Club Mediterraneé di Donoratico per racimolare l’indispensabile a far girare un Ciao o un Morini 125 comprati di tasca propria ed aver così la libertà di andare volendo qua o volendo là o, il più delle volte, per necessità qua e là – vale a dire la lezione che, se non dai per bene il cencio sul pavimento, te lo fanno rilavare, magari anche 3 volte, finché all’acqua e alla varechina non ci aggiungi anche l’olio di gomito e allora tutto splende nemmen fosse cera.

Ho fatto il barista, il cameriere, il baby sitter, il piazzista di cartelli per l’infortunistica, l’autista e l’uomo di fiducia, quello che va a disbrigar pratiche e a far commesse, il correttore di bozze lavorando di notte.

E poi, per fortuna, a soli 22 anni, il mestiere che nel frattempo m’ero piccato d’intraprendere, riservando all’apparenza esso il pregio di concedere una buona dose d’impiego delle facoltà intellettuali e un non eccessivo dispendio di energia muscolare, uniti alla possibilità di vedere il prodotto della propria fatica ogni giorno 10 ore dopo, non attendendo mesi, anni, decenni come supponevo spettasse a un docente universitario che nel frattempo, mentre io già lavoravo, avrebbe dovuto ancora per un po’ farsi mantenere, sottostare alla regola del chi paga comanda, studiare per dimostrare d’aver studiato e non d’aver compreso quello che aveva appunto studiato.

La mia fortuna ha avuto un nome e un cognome, Andrea il primo, Liberatori il secondo, ed io non finirò mai di essergli grato a quel segretario di redazione della storica Unità torinese dell’immediato dopo guerra, dove per un po’ si sono cimentati anche mia madre e mio padre, divenuto nel frattempo il caporedattore della cronaca locale del quotidiano fondato sotto la Mole da Antonio Gramsci.

«Mi hanno detto che vuoi fare il giornalista. Ti andrebbe di provare?», mi chiese quando ancora ero un liceale.

L’anno dopo mi mise alla prova, anzi mi mise nelle mani di qualcuno che mi mettesse alla prova: Renzo per qualche istante, Gabriele per molto tempo, finché non l’avrei prima affiancato e poi sarei divenuto suo parigrado.

Era il 1978, 37 anni fa, due più – chi te lo leva un po’ di precariato, il mio perfortuna non è stato cronico e, semmai, tutto senile – di quelli indispensabili ad andare in pensione con la contributiva, non con l’anagrafica, ed uno spiraglio che, come un treno in corsa, o ci sali ora o non ci sali più.

Nel frattempo un licenziamento per cessata attività dell’azienda – l’Unità, testata nella quale sono nato e nella quale, se non fosse precipitata così in basso, avrei volentieri voluto morirci – e un ignobile calcio in culo da un padrone delle ferriere della cui inettitudine le urne almeno sembrano aver dato segni di essersene rese conto.

Dieci anni infatti di buona stampa e l’organizzazione di un coro che in tutto quel tempo non ha mai stonato come fosse una voce sola, cioè di semplice professionalità, non sono bastati a tutelarmi dinanzi alla bipolarità umorale e al bisogno di circondarsi di accondiscendenti e bifronti di uno che vale poco e lo si vede anche solo guardandolo in faccia. E sia.

Infine, negli ultimi due anni – dopo 3 di sussidi, indigenza, curriculum, richieste di lavoro, corsi di riqualificazione per cinquantenni, questua, porte bussate, cartine di tornasole su chi è amico e chi no – un salvagente al quale mi sono aggrappato proprio sul punto di affogare: l’ufficio stampa dell’Azienda sanitaria di Firenze.

Per questa opportunità in extremis con cui sono riuscito a pagare i contributi mancanti, gli alimenti all’ex coniuge e un foro in meno alla cintura, un imbecille che non ha mai fatto niente in vita sua – fin da quando entrambi pensavamo di essere due rivoluzionari, e continuerà a non farlo finché il posto fisso e i sacri permessi di chi dovrebbe battersi per i propri compagni di lavoro, anziché per il proprio protagonismo, glielo consentiranno – mi ha pubblicamente dato di “miracolato” con il chiaro intento di far credere che qualche onnipotente, al quale io sì da marxista di antica data non credo, vegli su di me a detrimento di un mestiere limato e smerigliato come quando andavo a 14 anni da Falletta il carrozziere, imparando con la fiamma ossidrica quello che poi avrei letto nei libri di Gyorgy Lukacs riguardo la coscienza di classe.

E dunque ora sono giunto alla pensione secondo le regole e le norme vigenti, al cosiddetto meritato riposo, pur con le non irrilevanti riduzioni dell’uscita anticipata, e non posso appunto non andare all’inizio della mia vita lavorativa, a quel cortile dove regnava l’odore del diluente alla nitro e a quelle scrivanie dove al mattino le macchine da scrivere stavano ritte sulla loro schiena, pronte a regalare fino a tarda sera la sinfonia del ticchettio avvolta in una nube di fumo. La mia mostrava un adesivo con il motto credo di Galileo: provando e riprovando.

Confesso che ho vissuto.

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3 Responses to “Col sudore della fronte”

  1. cristiana scrive:

    E adesso tutti in coro diciamo: fuori l’ultimo libro!

  2. loredana scrive:

    - Io – proseguì poi don Mariano – ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.

  3. Tommaso scrive:

    ciao Daniele, sono Tommaso il figlio della Lucia Zambelli….mi sono imbattuto per caso in questa lettura…..molto bella……..e in tante cose mi ci rivedo…………
    Ho fatto il meccanico….ma non il carrozziere….cosa che però mi piacerebbe molto..

    ciao, a presto….e goditi la pensione….un abbraccio

    ps. Io a Rossi gli sto ancora rompendo i coglioni…perché voglio che mi dica una parola per le merdate che mi sono state fatte 3 anni fa. la parola che voglio è SCUSA. Lo sto martellando….tanto non ho un cazzo da perdere…il lavoro ce l’ho….il posto da dirigente asl per cui sono in graduatoria se lo possono cacciare in culo…quindi vado avanti aggiungendo stress a Rossi…fino a quando non mi dirà SCUSA…anche fosse solo per sfinimento o per zittirmi come si fa con i bischeri…vediamo che succede (mi dispiace solo un po’ perché mia mamma ci deve rimanere ancora qualche anno in quell’ambiente di leccaculo e ipocriti)…

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