Gastroutopie

Bruegel il Vecchio, "Il Paese di Cuccagna"

Nell’appassionato studio – poi confluito nel mio Apocalisse, il giorno dopo – che da studente universitario ho condotto su utopie e distopie per tentare di comprendere perché la storia della cultura sia costellata di opere letterarie e filosofiche che prefigurano con gradazioni diverse la fine del mondo o, se appunto si preferisce, il ritorno alla delusione e all’amarezza dopo essersi innalzati in fantasie, speranze e desideri di mondi nuovi e migliori e immaginifici ed appunto senza luogo e senza tempo – sine hic et sine nunc –, non ricordo di essermi imbattuto, a fianco di Erewhon, Lilliput, Walden, La città del sole, Atlantide e così via, in quelle località che solo un appetito da giganti, com’era quello che per secoli si dev’essere provato misurandosi quotidianamente prima di tutto con la fame, può aver partorito.

A colmare la mia lacuna la recensione che nel luglio di quest’anno Giulio Giorello su La Lettura del Corriere ha fatto di una mostra al Castello Sforzesco di Milano e del catalogo a cura di Giovanna Mori e Andrea Perin (Ets) ad essa dedicato, dal titolo Il mito del Paese di Cuccagna. Immagini a stampa della Raccolta Bertarelli.

Nel viaggio senza luogo e senza tempo alla ricerca di queste isole della felicità e della sazietà, o dell’indigestione e dell’ebbrezza – di cui invece mi sono parzialmente occupato in un corpulento e succulento volume che attende fiducioso l’attenzione di un editore disposto anche a scommettere sul pensiero – ci si imbatte ovviamente nel pluridecantato Paese di Cuccagna che Bruegel il Vecchio ha magistralmente dipinto; nella contrada di Bengodi descritta da Giovanni Boccaccio nella III novella dell’VIII giornata del Decamerone, intitolata Calandrino e l’elitropia; nella Taverna di Auerbach celebrata da Goethe; nell’idilliaco villaggio russo di Oblomovka tratteggiato da Gončarov oltre che, naturalmente, nelle pantagrueliche abbuffate del capolavoro di Rabelais, Gargantua e Pantagruele.

Sono sicuro, però, che una più minuziosa indagine sulle produzioni artistiche – letterarie, cinematografiche, figurative – che hanno al proprio centro, o quanto meno trattano, gli eccessi alimentari e la soddisfazione del «barbaro appetito» – mi viene in mente il film di Ferreri con Philippe Noiret, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Michel Piccoli, ma anche Il fascino discreto della borghesia – meriterebbe un repertorio organico e qualche riflessione sul nesso tra strizzoni di pancia e fantasie da editare insieme in un unico volume.

Ma gli editori tacciono.

Prova

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