L’irreale realtà

Il grande timore di Primo Levi – che talvolta prendeva la forma di un incubo, ed a cui lui attribuiva, vero o falso che fosse, lo stimolo iniziale a scrivere o, come egli preferiva, a dar testimonianza – era quello di non essere creduto, di risvegliarsi in mezzo ai propri cari guardato come si guarda un povero di mente, uno a cui non si da credito ritenendolo un contastorie, un parolaio dispensatore di frottole.

È una sensazione agghiacciante, in particolare quella dell’innocente a torto ritenuto colpevole, quello stato più volte narrato da Hitchcock, in Intrigo internazionale per esempio. Una sensazione agghiacciante addirittura per chi, avendo effettivamente tradito la fiducia del proprio interlocutore, ha la consapevolezza di non poter dire più nulla che sia credibile, ed è costretto a rassegnarsi, a non tentar nemmeno di persuadere, e sa quanto inutile sia giurare o promettere malgrado ci sia la buona fede e l’onesta volontà di non mentire.

In Primo Levi quel timore era dettato dall’enormità dell’accaduto, dalla sua assoluta eccezionalità e mostruosità che lo rendevano incredibile, come di chi riferisca di un unicum, l’atterraggio di un astronave o un fenomeno celeste finora ignoto, e non era connesso, così mi par di capire seguendo i suoi scritti, a un chiasmo fra l’innocenza e la colpevolezza, a una relazione fra una causa e un effetto.

Perciò non c’è qui alcun intento manipolatorio di un pensiero tanto tragico a realtà più irrilevanti, ancorché non innocue, né un adattamento forzato che possa risultare offensivo per chi ha vissuto la Shoa.

Tuttavia non è così raro avvertire quella sensazione allucinatoria di chi percepisce lo scollamento irreparabile fra quanto custodito nella propria mente sapendo con certezza che si tratti della realtà e di contro la tangibile evidenza di quanto ci sta intorno con la forza di qualcosa che smentisce, annienta, nega la nostra consapevolezza.

A me è (ri)capitato anche recentemente, quando mi è stata data una versione ovviamente diversa della mia storia degli ultimi 5 anni, secondo l’interpretazione di uno dei protagonisti di quella storia, un attorucolo di serie C, il quale addirittura ha fatto credere ai suoi interlocutori di avere dei meriti in quello che invece è solo un letamaio, nel quale proprio quel minus habens ha svolto il ruolo dell’Eichmann di turno, quello che ha eseguito degli ordini, incurante di cosa stessero producendo.

Forse un giorno farò il conto dei danni materiali procurati, della perdita economica prodotta, che nessun tribunale potrà mai riconoscere e sulla quale vedo volti ammantarsi dell’ebete sorriso del colpevole colto in flagrante, volti sui quali ho visto occhi incapaci di sostenere uno sguardo: il mio.

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