Tra bosco e città

Ha fatto il giro del mondo la fotografia di Milo Moirè, artista trentaduenne di Duesseldorf, che nel gelo di gennaio ha manifestato nuda davanti al duomo di Colonia esponendo un cartello su cui è scritto: «Rispettateci! Non siamo selvaggina, anche se siamo nude!!!».

Una protesta contro le numerose molestie subite da donne la notte di San Silvestro nella cittadina tedesca ed attribuite a nord africani o arabi o più precisamente a profughi siriani accolti dal governo tedesco in uno slancio di umanitarismo.

Colpisce nell’immagine la morbosa eccitazione con cui numerosi maschi, apparentemente occidentali, fotografano o osservano la bella modella senza veli, la quale, secondo quanto riportano le agenzie di stampa, avrebbe sostenuto «che le donne non saranno più percepite come oggetto sessuale nel momento in cui si mostrerà lo stesso rispetto a una donna nuda, come a una vestita» e che le donne «devono vivere i loro valori di libertà autodeterminandosi e in piena autoconsapevolezza».

Senza entrare nel merito dell’episodio di cronaca e delle implicazioni politiche che vi sono state aggiunte sopra, né del valore dell’esibita protesta, val la pena notare come la parola “selvaggina” in tedesco sia “Freiwild”, composta, come non è difficile capire, da “Frei” che significa “libero” e “wild” che significa “selvaggio” avendo una radice in comune con “wald”, ovvero il “bosco”, il che induce a considerare come anche in italiano la “selvaggina” e il “selvaggio”, abbiano a che fare con la “selva”, ambiente dal quale ci siamo nel corso dei secoli allontanati scendendo più a valle e chiudendoci nella “civitas”, da cui deriviamo il contrario di selvaggio che il più delle volte è usato nella forma di “civile”.

Civiltà che è una grande conquista, indubbiamente, alla quale, tuttavia, non siamo stati in grado di accompagnare un’altra conquista, quella del mantenimento della “boschiva libertà” – autodeterminata e autoconsapevole – , senza che questa si ritorca contro le altre creature del bosco, anch’esse autodeterminantesi e autoconsapevoli, anch’esse libere e selvagge.

Dovremmo trovare un modo di dar retta a Friedrich Nietzsche quando al punto 16 della Seconda dissertazione nella Genealogia della morale scriveva:

«Tutti gli istinti che non si scaricano all’esterno, si rivolgono all’interno – questo è quella che io chiamo interiorizzazione dell’uomo: in tal modo soltanto si sviluppa nell’uomo quella che più tardi verrà chiamata la sua «anima». L’intero mondo interiore, originariamente sottile come fosse teso tra due epidermidi, si è stemperato e dischiuso; ha acquistato profondità, latitudine, altezza a misura che è stato impedito lo sfogo dell’uomo all’esterno. Quei terribili bastioni con cui l’organizzazione statale si proteggeva contro gli antichi istinti della libertà – le pene appartengono soprattuto a quei bastioni – fecero sì che tutti codesti istinti dell’uomo selvaggio, libero, divagante si volgessero a ritroso, si rivolgessero contro l’uomo stesso. L’inimicizia, la crudeltà, il piacere della persecuzione, dell’aggressione, del mutamento, della distruzione – tutto quanto si volge contro i possessori di tali istinti: ecco l’origine della “cattiva coscienza”».

Noi avremmo bisogno di una buona coscienza rispettosa dei cattivi istinti. Di una buona selvaticità rispettosa della cattiva civilizzazione.

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