Andarsele a cercare

“Non se l’è andata a cercare”, hanno controbattuto numerosi commenti in rete alle prime ricostruzioni dell’omicidio di Ashley Olsen, la trentacinquenne americana uccisa nel suo appartamento a Firenze da un senegalese di 27 anni, Cheik Tidane Diew, incontrato nel cuore della notte in un febbricitante locale infarcito di cocaina e alcolici, e finito nel suo letto per un’occasionale e rude rapporto sessuale senza alcun’altra implicazione o sviluppo che non fosse quello dell’immediato raggiungimento del piacere erotico da aggiungere, o che completasse, il piacere etilico e quello stupefacente.

Questi commenti, per lo più espressi da parte di donne, miravano in prevalenza ad evidenziare che nessuno avrebbe gettato la croce addosso ad un maschio, come ce ne sono a dozzine, che se la fosse spassata altrettanto allegramente e, soprattutto, che non sarebbe incorso in una “maschicida,” mentre il mondo pullula di “femminicidi.”

Senza sminuire di nemmeno un millimetro l’orrore del delitto e la responsabilità di chi l’ha commesso e senza neanche credere che le donne debbano avere meno diritti e deliri di quanti se ne sono presi gli uomini, credo che in una qualche misura Ashley “se la sia andata a cercare” come ciascuno di noi, maschio o femmina, ce le andiamo a cercare ogniqualvolta facciamo o non facciamo qualcosa, protetti nella coniugale casa dove risiede un coniuge possessivo e violento o esposti nel fetido sottobosco dei lupanare. In altre parole se si va di notte in un forte rinascimentale e si cade non è colpa del sindaco, se un cinghiale urta la nostra auto in un bosco non è imputabile a chi amministra la comunità e se una slavina ci seppellisce non è che la montagna è assassina. Questo mondo spasmodicamente vuol rimuovere la responsabilità preferendo distribuire colpe.

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