Stranieri 6/1: i rifugiati politici

Sono rifugiati, il regime non li vuole più

Rifugiati politici? Non c’è dubbio, anche se la legge non li riconosce tali. Questa condizione era concessa solo a quelli che scappavano dai paesi dell’Est. I limiti erano rigorosi, geografici e temporali. Riguardavano gli avvenimenti verificatisi in Europa prima del 1951. Dopo la firma del protocollo del 1967, l’Italia accetta di rimuovere unicamente la clausola temporale, non quella geografica. Eccezione è stata fatta per il Cile dopo il colpo di stato di Pinochet. Allora la pressione popolare in Italia era troppa perché i governi non concedessero asilo a chi era scappato dalle torture e dai massacri fascisti. Ma anche per un gruppo di afghani, dopo l’invasione sovietica, e per la «boat people», la gente fuggita dal Sud-Est asiatico, quando al prezzo di feroci lotte intestine sono stati scacciati gli imperialisti americani.

Ma ce n’è molta di più di gente costretta a star lontano dalla propria patria per motivi politici, per timore di repressioni e torture, per assoluta avversione con regimi e dittature, per l’impossibilità di vivere una vita che si possa chiamare tale in terra natia. È il caso degli iraniani. Di fughe da quel paese ce ne sono state tante nella storia. Fuggiva chi era perseguitato dal regime dello scià. Poi, con la «rivoluzione komeinista», sono fuggiti prima i ricchi compromessi con l’antico regime, poi, quando i nuovi governanti hanno mostrato la loro natura reazionaria e repressiva se ne è andato anche chi riscopriva le antiche persecuzioni.

Chi era già in Italia per motivi di studio c’è rimasto. È il caso di Mansubi Mahmud, 31 anni, laureando in scienze politiche al Cesare Alfieri di Firenze, che è uno di quelli che hanno ottenuto il riconoscimento di rifugiato dall’Alto commissariato dell’Onu. Dice Mansubi: «Attualmente c’è un comune denominatore per una buona parte degli iraniani in Italia e in generale all’estero. Sono dei rifugiati anche se solo in parte sono considerati tali. Il governo italiano, infatti, continua a trattarci come quelli che eravamo negli anni ‘70: studenti stranieri. Tant’è che quando andiamo a chiedere il permesso di soggiorno ci chiedono i requisiti di uno studente modello. Un certo numero di esami ogni anno. Ma molti di noi, ormai, lavorano sei giorni la settimana per 11 ore al giorno. Dal nostro paese non ci arrivano più sussidi familiari. All’ufficio stranieri della questura sanno che lavoriamo, magari nei mercati a fare i facchini. Ma loro non possono scriverlo sui documenti. Sanno che il nostro reddito non può essere riconosciuto. È così che non di rado ci costringono in posizione irregolare, trasformandoci in veri e propri “forzati dell’illegalità”».

Mansubi, che sta svolgendo uno studio sugli iraniani in Italia, ci dà qualche dato indicativo per spiegare come è cambiata la presenza dei suoi connazionali in Toscana. Tra l’81 e l’84 la popolazione iraniana in Toscana è aumentata approssimativamente del 50%, ma quella studentesca solo del 33%. Nell’81, infatti, secondo i dati dell’Istat c’erano in Toscana 552 iraniani residenti, di cui 301 studenti; tre anni dopo, nell’84, i soggiornanti erano 863 e solo 297 gli studenti universitari, ai quali si possono forse aggiungere un centinaio fra studenti liceali e di corsi para-universitari. La maggioranza degli iraniani soggiornanti in Toscana è concentrata a Firenze. Interessante è il confronto con i dati ufficiali nazionali, dove, nello stesso periodo, la presenza iraniana aumenta solo del 22% e quella studentesca del 16,4%. Secondo Mansubi la Toscana e Firenze sono tra le zone «preferite» perché offrono maggiori possibilità di lavoro, benché nero, e perché c’è una consistente presenza di connazionali e parenti. A questi due elementi si aggiungono quelli più generali che riguardano l’Italia. «È un anello di congiunzione tra Nord e Sud, – dice – i rapporti con la società civile sono buoni, non ci sono fenomeni rilevanti di razzismo. La chiusura semmai è sul piano giuridico. C’è in generale una “tolleranza” per tutti gli stranieri che, a mio giudizio, è funzionale ad un dato sistema economico».

Il pellegrinaggio di Mansubi non sembra finito. Dice di voler emigrare ancora, e come lui, pare, tanti altri.

Perché Mansubi?

«Perché sono molto in dubbio tra scegliere un paese come l’Italia con un ambiente sociale e culturale accogliente, oppure un altro paese, meno bello, ma che ti garantisce dal punto di vista del lavoro, della possibilità di costruirti una vita come la può desiderare qualsiasi persona che abbia superato i trent’anni».

Ma come vivono qui gli iraniani? Che fanno?

«Dal punto di vista del lavoro – dice Mansubi – la loro situazione è pressoché identica a quella di molti altri stranieri. Un consistente numero di iraniani lavora nei mercati all’aperto, facendo i commessi e i facchini. Poi ci sono quelli che ruotano intorno al commercio dei tappeti. Lo fanno solo nei negozi, però, non per le strade. Altri nei bar e nei ristoranti. Gli iraniani costituiscono una specie di via di mezzo tra gli stranieri emigrati in Italia; fra i capoverdiani che qui trovano un paradiso economico in confronto alla situazione che vivono nel loro paese e gli americani che qui trovano un paradiso culturale».

Puoi spiegare meglio in che cosa consiste questa situazione intermedia?

«La nostra provenienza è sì da paesi del “terzo mondo”, ma soprattutto dai ceti benestanti di quest’area. Si tratta per lo più di gente che ha studiato, che già viveva una situazione urbanizzata. È anche per questo che non ci sono fra gli iraniani molte chiusure di gruppo. Non stanno necessariamente tra di loro, hanno contatti con i toscani e, nelle università, soprattutto con gli studenti immigrati dal Sud d’Italia. E devo dire che i toscani tendono ad accogliere maggiormente noi che non gli immigrati meridionali. C’è anche un altro fatto che contribuisce a far sì che gli iraniani non siano una comunità chiusa: le divisioni politiche. Infine vorrei ricordare che l’iraniano non è il classico immigrato economico; come, d’altronde, egli non è più esclusivamente lo studente degli anni passati. La nostra è spesso e fondamentalmente una situazione di rifugiati e vorremmo essere trattati come tali».

È facile o difficile per un uomo o una donna iraniani stringere una relazione con un partner o una partner italiani?

«Non esiste alcun tipo di problema sotto questo profilo. L’integrazione, da un punto di vista sociale, non è difficile. Ci possono essere ostacoli costituiti dalla lingua, ma sono irrilevanti. Ripeto la vera difficoltà è quella di una integrazione a pieno titolo: il lavoro, le case, ecc. In ogni modo qui va tutto bene finché stai ai margini della vita sociale. Se vuoi smettere di fare il facchino, allora le cose cambiano».

Come fanno gli iraniani che vogliono espatriare a fuggire dall’Iran?

«Come ho già detto molti si trovavano all’estero quando il governo di Teheran ha cominciato a svelare il suo vero volto. C’è stato dopo, però, un altro esodo consistente, quello dei ragazzi di 15-18 anni che rischiavano di essere mandati al fronte con l’Iraq. Molte famiglie hanno venduto tutto per comprarsi la fuga dei loro figli. Da quel che ne so esiste una vera e propria industria che organizza le fughe: 15-20 milioni e attraverso il Pakistan o la Turchia si arriva in Svezia, in Germania, in Danimarca».

Tu hai ancora contatti con i tuoi familiari in Iran?

«Sì. Ci scriviamo, ci telefoniamo. Ci sono forme di controllo, e a volte anche di ritorsione. Ma non possono stare dietro a tutto».

l’Unità, 25 luglio 1985

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