Stranieri 7/1: gli americani

Una tappa obbligata per tanti americani, anche per chi fugge

Telefonata al consolato americano. Ci sarà pure qualcuno disposto a raccontare la vita di un emigrato in Toscana da una nazione ricca, uno di quegli stranieri che non sono costretti come molti altri ad accettare i lavori più umilianti, che non hanno problemi di clandestinità. Ma la risposta è negativa. Il consolato è tenuto a rispettare la «privacy» del cittadino americano, a proteggerlo da interferenze che possono non essere gradite.

«Se vuole posso darle qualche dato sulla comunità americana a Firenze», aggiunge il funzionario del consolato. In mancanza di meglio prendiamo i dati. Nella villetta liberty sul Lungarno Vespucci dicono che ci sono più di 10.000 americani fra la Toscana e l’Emilia, regioni su cui ha giurisprudenza il consolato fiorentino. «Sa – aggiunge il gentile funzionario dell’ufficio cittadinanza – non tutti gli americani che stanno qui sono registrati al consolato. Sono liberi di farlo. E se lo fanno è perché vogliono una protezione».

Precisa che nel numero degli americani registrati vanno considerati anche gli italo-americani che hanno passaporto statunitense. Gli chiediamo un «identikit» dell’americano che sta in Italia, e il funzionario risponde: «Molta è gente in pensione, che si è ritirata qui, per lo più amanti dell’arte. Poi ci sono le mogli di italiani che vivono qui. Sono molto solidali tra loro. Se c’è un americano di passaggio da Firenze che per disgrazia finisce in ospedale, loro lo vanno a visitare, gli fanno da interprete con i medici».

L’elenco comprende anche gli studenti delle università americane con sede a Firenze. Le più grosse sono Syracuse, Stanford, Harvard. Ogni anno portano diverse centinaia di allievi che passano qui un bel po’ di tempo. E poi gli uomini d’affari. «Ci sono parecchie multinazionali in Toscana», dice il funzionario. Cita industrie alimentari, chimiche, della plastica, oltre ai buying office, agli uffici acquisti dei grandi magazzini e delle vendite per corrispondenza americani che in Toscana si riforniscono di calzature e pelletterie e che hanno qui pezzi grossi delle società.

La domanda successiva riguarda gli alloggi. È noto che ci sono agenzie che trattano solo con stranieri d’alto rango. Ci si rivolgono tramite amici americani anche italiani disposti a pagare cifre altissime pur di avere un tetto nei posti più suggestivi di Firenze o della campagna circostante. Il funzionario riconosce che i cittadini del suo consolato non hanno troppe difficoltà a trovare casa. «In genere è questione di giorni – dice – tenga però conto – precisa – che a loro fanno contratti a termine e fuori dall’equo canone». Tant’è che il consolato fornisce un elenco di avvocati a cui rivolgersi in caso di strozzinaggi eccessivi.

Ma tutto questo non deve far pensare che gli americani qui ci stiano sempre bene. C’è anche chi deve stringere i denti. È il caso di Scott Staton, 33 anni, americano di Lafayette nello Stato dell’Indiana, sbarcato definitivamente in Italia nel 1979. All’inizio dormiva all’albergo popolare. Di soldi in tasca ne aveva pochi. Li raccattava con qualsiasi lavoretto capitasse sotto mano. Si era laureato in America in storia della musica. Specializzazione a Chicago, città violenta per eccellenza. Quanto basta per far perdere la voglia di vivere laggiù. Tornare nell’Indiana? «Dalle parti nostre – dice Scott – c’è solo granturco, non i teatri come a New York, a Boston o a Filadelfia». In America non si sta bene. Via in Europa. Europa, musica, Beethoven, Germania. Passano due anni e Scott decide di provare con l’Italia. Arriva a Prato. Trova una sistemazione. Un appartamentino (100 mila al mese per una stanza) e una scuola di lingue che gli fa fare lezioni di inglese e tedesco. Stipendio da fame: 5 ore al giorno, 200 mila al mese. Poi arriva lo sfratto. E le grane con il permesso di soggiorno: turismo, studio o lavoro. Passa un anno lavorando in un magazzino di stracci. Ora sta cercando di aprire con degli amici italiani una scuola per stranieri. Per diventare regolarmente proprietario ha fatto una domanda che giace da un paio di anni negli uffici dell’ambasciata italiana a Boston. «Forse mi daranno il permesso entro questa estate», afferma speranzoso Scott che aggiunge: «Così potrò tornare regolarmente in Italia».

Scott è un emigrato «volontario». Non è fuggito da un paese dove era assolutamente impossibile lavorare o dove un regime politico reprime e nega ogni libertà. Ma ciò non toglie che dietro alla sua partenza ci siano dei sottili elementi di costrizione. È difficile pensare ad una qualsiasi emigrazione in cui non concorra un qualche elemento coatto, obbligato. Dice infatti: «Gli Stati Uniti non sono l’Iran. Ma per chi li lascia ci sono motivi di costrizione. Io sono venuto qui perché odiavo i supermarket, perché non ne potevo più della violenza che si respirava nelle università e nelle strade. Quando uno va via, però, non sa di andar via per sempre e non sa se troverà un paese dove starà bene».

Aggiunge che chi è venuto via dagli Usa negli ultimi 5 anni lo ha fatto perché c’è Reagan.

«La prima volta che sono venuto qui, dieci anni fa, ero il classico turista. Volevo vedere l’arte e i musei. Negli Usa nessuno sa nulla dell’Italia. È solo musei e spaghetti. Ma quando poi mi sono stabilito qui ho sentito il bisogno di fare passi sempre più lontani dalla cultura americana. E a me dispiace quando qui per molta gente l’America è solo quella che si vede in tv, quando qualcuno va alle manifestazioni degli ecologisti dice che negli Usa è meglio perché c’è libertà e non c’è inquinamento».

Grosse difficoltà di inserimento Scott dice di non averne avute: «All’inizio difficoltà di fare amicizia, ma è normale per tutti». Semmai, lui che da anni lavora nel movimento pacifista, lamenta uno strano atteggiamento della gente di sinistra nei suoi confronti: «Si stupiscono sapendo che sei un americano di sinistra. Stentano a crederci e spesso ripetono che in fondo sei sempre un americano, uno che sta dall’altra parte. È per questo che per un certo periodo ho sentito un grande dovere di provarmi, di dimostrare». Lui insiste nelle sue convinzioni. E si ritiene parzialmente soddisfatto quando un suo connazionale viene qui, vede le manifestazioni con le bandiere rosse, torna negli Usa e dice agli amici: «I comunisti non mangiano i bambini».

l’Unità, 30 luglio 1985

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