Stranieri 8/1: i tedeschi

E Goethe lanciò il mito Italia

Sto facendo un’inchiesta sugli stranieri, mi racconteresti quello che mi hai già detto una volta su come sei arrivata in Italia?

La ragazza tedesca, studentessa di restauro artistico e apprendista in una bottega artigiana, risponde di no. Se si tratta di un’intervista per un giornale, no. Raccontare in privato è altra cosa, la tranquillità non viene intaccata.

«E poi – dice – non ho niente da raccontarti, io vivo bene, non ho problemi».
Era proprio quel che volevo sentirmi raccontare, che esiste qualche straniero che non ha problemi, che non ha tutti i giorni la vita complicata dall’affanno di trovare un lavoro, di tenersi buono il funzionario della questura che firma il permesso di soggiorno. Ma comunque, se non vuol parlare, lasciamo perdere.

Trovo un’altra ragazza, anche lei tedesca. È più disponibile, ma chiede l’anonimato. Concesso, altrimenti questa puntata dell’inchiesta salta, ed un’inchiesta sugli stranieri in Toscana senza la comunità tedesca è vistosamente incompleta. Diamole un nome di comodo, tanto per avere un soggetto che parla. Stereotipo: Hanna, in memoria della Schygulla. “Hanna” vive con un tedesco.

Non sono sposati ma è come se. Lui lo si può veder girare per la campagna toscana a cavallo del trattore. Lei gli dà una mano, a volte anche due. Lui si guarda bene dal partecipare all’intervista.

“Hanna”, perché sei venuta in Italia?

Con sorriso autoironico parla del sole, del tempo, del vino, ma poi, con viso serio aggiunge: «Perché in Toscana, soprattutto in campagna, si sta tranquilli, ti lasciano vivere. Ero stufa di stare in città. In Germania è difficile stare tranquilli in città e la gente di campagna è molto più chiusa di quella che sta qui».
Spiega che nel suo paese molta gente finisce per essere stufa di di avere la vita troppo ordinata, sistemata in ordine. «A un certo punto – dice “Hanna” – hai quasi paura di vivere. Da noi i momenti in cui ti puoi lasciare andare sono pochi, magari solo a Carnevale. La legge per esempio dice che in una casa puoi fare un party con degli amici una volta al mese, altrimenti i vicini di casa hanno diritto di protestare e di farti interrompere la festa. Qui nessuno dice niente».

Nel cascinale a sud di Firenze, l’intervista si interrompe per un attimo. La nostra “Hanna” versa da bere e si lamenta che la domanda che le ho fatto gliela fa troppa gente.

«Questo fatto – dice – mi dà un po’ fastidio, ma soprattutto mi dà fastidio che molta gente non capisca perché sono venuta via da un paese dove per me lavorare e vivere è molto più facile, da un paese dove tanti italiani sono andati per lavorare». Poi riprende: «La gente qui è tollerante. Forse sono abituati da anni a vivere con gente diversa, a volte un po’ stravagante. Ci sono tanti intellettuali che vivono in campagna e la gente che abita accanto a loro si è adeguata ad avere vicino chi vive in un modo diverso».

“Hanna” non si sente di generalizzare le sue motivazioni, affermando che sono quelle di tutti i tedeschi che si sono trasferiti in Italia. «Per esempio – dice – ci sono anche quelli che amano incondizionatamente la cultura italiana, quelli che seguono le orme di Goethe».

Poi passa in rivista le sue amicizie tedesche in Toscana. Sì, nettamente, le ragioni sono le più diverse. Ognuno ha la sua. C’è l’amica scultrice. Si è sposata con un italiano. Vive nella casa che il suo uomo ha ereditato. Poi un’altra: fa la pittrice, la casa di campagna se l’è comprata con il ricavato dei suoi quadri. Fa la spola con la terra madre. È là che espone, che ha mercato, che vende le sue opere.

E tu, “Hanna”, che fai?

Quand’era in Germania insegnava. Poi, arrivata qui, ha fatto l’interprete quando c’erano mostre e congressi. Poi ha smesso.

«È un lavoro facile da trovare – dice – ma costa molto in termini di relazioni sociali. Devi restare nel giro, farti vedere, esere sempre presente per essere assunta in qui pochi giorni. Non fa per me».

Il discorso non è dissimile per le ditte di import-export. «Mi hanno fatto molte offerte di lavoro – racconta “Hanna” – ma io non ho voglia di fare un lavoro fisso. È contro il mio concetto di vita in campagna».

Problemi economici non ne ha. La casa in cui vive è la dependance di una villa, comprata da un altro tedesco che ci capita solo di tanto in tanto. È come se facesse la casiera, ma più che altro si tratta di darci un’occhiata per vedere che non succeda nulla. In cambio lei può stare lì. Un po’ di soldi arrivano dalla famiglia. E non è necessario essere tedeschi per avere un padre disposto a farti vivere bene. Del mercato degli alloggi dice: «Trovare casa è difficile, ma non comprarla». Se i prezzi che vengono fatti sono enormi o no lei non lo sa.

Integrazione? Non ci sono problemi. Le sue amicizie non sono solo tedesche, anzi, per lo più sono italiani. Con loro si trova bene. Anche con la lingua italiana, che parla più che decorosamente, non trova difficoltà. «La gente – dice – quando si accorge che sei straniera ti aiuta, soprattutto se sei una straniera non brutta».

l’Unità2 agosto 1985

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