Un incontro istruttivo

Chagall

Lei cammina in una maniera inconfondibile. Impossibile non notarla. Volteggia, più che camminare, libra, ha un che di Mary Poppins e qualcosa di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. È lieve, sinuosa, elastica, addirittura sembra stia lievitando, accenna degli impercettibili passi di danza, ma niente che somigli a un’andatura studiata per richiamare l’attenzione ed attrarre i maschi. Non sculetta, non ha movenze, benché sia visibilmente bella e vesta non senza attenzione a cosa i suoi abiti possano suscitare, che è quanto facciamo tutti, sapendo più o meno consapevolmente, che quello è un modo di comunicare, di trasmettere agli altri qualcosa che abbiamo da dirgli o comunque pretendiamo sappiano senz’altro aggiungere.

Ho notato il suo passo decine di volte, in una città dove capita di rivedere le stesse persone, specialmente in alcune vie del centro dove è quasi inevitabile passare, benché ci siano non poche persone che le percorrono appositamente per farsi notare, sapendo che sono quelli i luoghi dove sono più probabili gli incontri. E, tutte le volte che mi è capitato di notare il suo andamento e lei, mi sono tornate alla mente quelle poche volte che l’avevo incontrata, a un palmo dal suo naso, in un locale che frequentavo in una stagione rivoluzionaria e dolorosa, dove talvolta compariva con il suo compagno, fissandolo come in estasi, abbagliata dal suo volto e dalle sue parole, insomma innamorata persa e, perciò, impossibilitata a volgere lo sguardo altrove, a notare cosa avvenisse intorno, a cogliere i tanti occhi che finivano per scrutarla.

Folon

Per aver rubato qualche brandello delle loro conversazioni al bancone del pub o per l’innocente confessione del suo compagno ai frequentatori abituali del posto – magari quando si sta all’esterno a fumare una sigaretta, con il bicchiere in mano o appoggiato in mezzo ad altri su un tavolinetto ricavato da una botte in grado di lasciare all’altezza del petto le bevande ed il portacenere – rammentavo qualcosa che li riguardava ed aveva a che fare con il ballo o la danza, e mi ero fatto l’idea che lei fosse una ballerina o, quantomeno, una appassionata frequentatrice di sale dove ci si abbandona al Tango, al Flamenco o anche solo a balli caraibici, Salsa, Merengue, Bachata, scartando l’ipotesi che potesse cimentarsi nella Rumba cubana, nella Samba brasiliana o nei più desueti Cha Cha Cha cubano o Paso doble spagnolo.

È stato proprio l’argomento del ballo quello che ho deciso di adottare per attaccare discorso, essendomi casualmente ritrovato con lei a condividere, fianco a fianco, il riparo di un balcone lungo un marciapiede di una strada del centro, un giorno d’agosto in cui scoppiò improvviso un violentissimo temporale.

Invero, lo confesso, per tutto il tempo che abbiamo atteso sotto quella protezione, ho esitato sul da farsi, osservandola muto e celando una timidezza che non mi appartiene, sentendomi come un liceale che, come dicono a Napoli, “va a ffà acchiappanza”, in Veneto “tampina” o tenta di “tacar boton”, a Roma “sta a rimorchia’ ”, a Torino “va a cariè”, a Firenze, “è all’imbrocco”, in Sicilia si mette a “scuncicare”, tenta insomma un approccio chiaramente mirato a fini sessuali, e, pur non nascondendo una certa piacevole attrazione, o comunque non escludendo fin dal primo momento che un esito erotico potesse esserci, anzi, sarebbe stato auspicabile ci fosse, ero in verità spinto da una curiosità alimentatasi nel tempo, in tutte quelle volte che l’avevo vista volteggiare come solo certi animali aggraziati, per lo più capaci di volare, siano farfalle o fenicotteri, sanno fare.

Quando dunque ha iniziato a spiovere, anziché muovermi in direzione di dove sarei dovuto recarmi, sono andato dalla parte opposta, quella verso la quale, col suo passo flessuoso e melodico, si era incamminata la giovane donna, che indossava dei sandali col tacco di corda allacciati intorno alle caviglie, una gonna ben sopra al ginocchio, e una maglietta che le lasciava scoperti i bracci, il collo e le spalle, tutto rigorosamente di color nero. Aveva con sé anche una borsetta poco appariscente ed un ombrellino di quelli pieghevoli che probabilmente aveva comprato da uno scaltro e tempistico venditore ambulante ai primi cenni della tempesta.

Degas

Fatti pochi passi ho preso coraggio e le ho rivolto la parola: «Scusi, posso chiederle una cosa?»

Mi ha guardato, non so perché, senza alcun accenno di diffidenza, come se non fosse affatto intimorita da un estraneo che l’importuna e al posto di un “sì” pronunciato con più o meno decisione ha mostrato un leggero sorriso che inequivocabilmente valeva una risposta positiva. Al che le ho detto: «Ma lei fa ancora la ballerina?»

«Non ho mai fatto la ballerina», mi ha immediatamente risposto, aggiungendo: «Intende la ballerina in un locale?»

L’ho immaginata per un istante strusciarsi pressoché ignuda intorno a un palo come si fa nella lap-dance in noiosissimi, ma non non attraenti locali, dove si può spendere una fortuna per restar con le pive nel sacco, o detto in altro modo a bocca asciutta. Una frazione di secondo dopo l’ho immaginata scatenarsi come impossessata sopra a una passerella sopraelevata intorno alla quale si accalcano sudati e persi centinaia di ragazze e ragazzi storditi dalla musica, dall’alcol e dalle droghe, una cubista, insomma, e mi son vergognato che la mia domanda potesse sottendere una tal offensiva supposizione.

Perciò prontamente le ho precisato: «No! Mi pareva di ricordare che lei ballasse il tango, o forse sbaglio ed era un altro ballo sudamericano».

«Non ho mai fatto la ballerina – ha ripetuto – solo, per un certo periodo, ho frequentato una palestra dove si faceva aerobica. Ma poi quella palestra ha chiuso e allora… Adesso ci sono pratiche molto più nuove, come sambafit e zumba, ma io ho mollato. Anche perché non costano poco. Ma a lei com’è venuta questa idea?».

«Sa, la vedevo a volte alcuni anni fa in un pub che io frequentavo spesso. Era insieme a un uomo…»

«Mio padre!»

«Avrei detto un suo fidanzato, ma posso essermi sbagliato – ho replicato senza riuscire del tutto a celare l’imbarazzo per la mia errata valutazione –. Be’, in effetti – ho aggiunto – c’era una certa differenza di età, ma non mi sembrava così cospicua».

Per un po’ abbiamo parlato cercando di comprendere se il posto nel quale io l’avevo vista era lo stesso che lei aveva in mente, come se ciascuno di noi seguisse i propri pensieri senza badare troppo a quello che l’altro stava dicendo, e sembrava paradossale tanto erano precise le indicazioni topografiche che ciascuno forniva all’altro. Sembrava insomma un dialogo tra sordi.

Alla fine, dopo vari tentativi, siamo riusciti a mettere a fuoco la situazione nella quale io l’avevo vista per la prima volta. Effettivamente in qualche occasione era stata in quel locale con un uomo del quale era davvero molto innamorata, lui era sposato e lei la sua amante, Non solo, ha aggiunto, lui era un gran donnaiolo e le raccontava un sacco di bugie.

La storia era finita e per lungo tempo lei era stata con un altro uomo, questo ancora più grande di età, il quale era andato a vivere a casa sua, ed essendo senza lavoro lo aveva a lungo mantenuto cercando anche di aiutarlo a trovare un’occupazione, a metterlo in condizione di non dover essere più così disperato e dipendente, ma invano, come se in definitiva lui preferisse avere chi gli comprava sigarette e birra e quanto è necessario da mettere in tavola.

Mi ha raccontato tutto questo in pochi minuti, passeggiando con calma e lentamente, lei sempre con il suo inconfondibile passo, nella direzione in cui stava andando e, non ricordo più esattamente come, infarcì ripetutamente il suo discorso con riferimenti al padre, deceduto di recente, il quale, appariva più che con evidenza, era stato per lei di un’importanza esagerata, come se trasparisse un che di morboso, non dico assolutamente niente che induca a pensare ad un incesto, ma a una relazione familiare patologica, simbiotica, da cui sembrava emergere un’inversione dei ruoli, la figlia che si occupa del padre e non viceversa, ma questa è poco più che una supposizione.

Ci siamo poi fermati ad un crocicchio, in piedi come due ebeti, sfiorati dai turisti e ripetutamente infastiditi da un furgoncino del servizio di pulizia urbana che nelle sue manovre per spazzare il selciato sembrava volesse investirci o comunque mirasse dritto a noi ogni qual volta cercavamo un punto dove stare senza infastidirlo.

Lì, ridendo con autoironia di quell’inconveniente, abbiamo continuato a conversare, ben presto abbandonando, su sua richiesta, il “lei” a favore del “tu”, rivelandoci reciprocamente pezzetti di vita personale e qualcuna di quelle frasi generiche che tuttavia consentono di farsi un’idea di chi si è, come si viva, cosa frulli nella propria testa, ed anche come si sia soliti comportarsi, intrecciare i propri pensieri – in altre parole quale sia la logica che si adotta – ed agire nel consesso umano.

Folon

Per dir con quanta affabilità sia avvenuto il colloquio, non è scandaloso riportare che la donna, non so più prendendo spunto da cosa, ha ad un certo punto esplicitato di avere le mestruazioni e che questa cosa, in lei come in moltissime donne, muta completamente la propria percezione delle cose e lo stesso comportamento verso gli altri, tanto da impedirle in quei giorni di mangiare certe cose ed essere invece voracemente attratta da altre che nemmeno le sono gradite di solito, così come da costringerla a tempi lunghi di preparazione di se stessa prima di uscire e da sottoporla alla necessità di prendersi lunghi momenti di pausa e rilassamento, di una durata tale, per quanto imprevedibile, da non consentirle di prendere un appuntamento preciso. Per non dire dell’effetto che lei sente sull’esteriorità del suo fisico e del suo volto, ma in ispecie, sulla consistenza e la riottosità dei proprio capelli.

Intervenendo nel colloquio con non mi ricordo più quale argomentazione certamente banale e solo di cortesia, al posto di “periodo”, “ciclo” o “mestruazioni” ho usato il termine “regole” – che conoscevo prima di aver letto La signorina Else di Schnitzler e di essermene servito io stesso nella novella che ho scritto e ne riprende la trama per darle un diverso finale –, stupendola perché lei invece lo ignorava ed ora che lo aveva appena conosciuto, dopo qualche istante di incredulità, lo trovava appropriatissimo ripromettendosi di usarlo. Spesi ancora qualche parole per spiegarle che quell’espressione ha a che fare con la “regolarità”, quanto meno presunta o codificata dell’evento, ma probabilmente anche con le “prescrizioni” che in quel periodo debbono essere rispettate tanto dalle donne quanto dagli uomini.

Nella prosecuzione del dialogo, pur lamentandosi molto delle innumerevoli disavventure capitatele nella vita, non ha dato segnali di scoraggiamento, né alcunché sul suo volto pareva impedirle gioia, allegria e spensieratezza. Abbiamo sorriso reciprocamente alle battute dell’altro, alternando accenni a questioni serie ad altri futili e giocosi.

Ad un certo punto mi ha chiesto se potevamo rivederci ed io ho detto che le avrei lasciato volentieri il mio numero di telefono, di modo che potesse cercarmi quando lo volesse lei, anche perché nel frattempo avevo rivelato di conoscere una insegnante di tango e che le avrei messe volentieri in contatto qualora, come lei aveva manifestato intenzione di fare, si fosse decisa a dedicarsi a quella danza.

Nel corso del colloquio, anzi, l’ho anche invitata a seguire, ma con determinazione, senza perdersi d’animo, una qualunque delle sue passioni, come giustappunto mi aveva fatto capire fosse la danza, meglio se quella che la coinvolge di più, sente più sua, e che forse proprio per questa strada, malgrado un’età che non consente più infinite scelte, tirando fuori il meglio si sé e quanto più le è congeniale, avrebbe trovato cosa fare per sottrarsi alla precarietà in mezzo alla quale, tuttavia, diceva di aver vissuto dignitosamente e senza cedimenti.

Alla mia proposta di lasciarle il mio numero di telefono lei ha replicato chiedendomi di chiamarla, così avremmo potuto entrambi memorizzare sul telefono il numero dell’altro, e solo a quel punto devo dire ci siamo vicendevolmente detti, quasi scandendo le parole, come ci chiamiamo, il nostro nome e il nostro cognome, a diradare ogni traccia di ritrosia, timore o desiderio che l’incontro finisse lì.

Ho fatto come mi ha chiesto, ma precisando che non l’avrei chiamata io per primo, in sostanza per non risultare fastidioso e perché, comunque la si volesse girare, l’approccio era stato da parte mia. Ho anzi aggiunto che, data la differenza di età, sarei davvero potuto risultare come un bavoso invadente vecchio molestatore.

Ha accettato le condizioni poste da me, promettendo che avrebbe chiamato, ma insistendo che se avessi avuto voglia di farlo io mi sentissi libero, e l’indomani, come promesso, ha chiamato. Abbiamo parlato ancora varie volte quello stesso giorno e nei giorni successivi, senza mai dirci niente che facesse intendere, da una o dall’altra parte, qualcosa che potesse risultare come un tentativo di approccio e nel corso delle conversazioni è tuttavia emerso che lei deve innamorarsi di un uomo per desiderarlo, volerlo ed infine far l’amore con lui, io invece cerco rapporti saltuari, incostanti, non privi di affettuosità ed anzi solo se nella persona che ho di fronte trovo qualcosa di emotivo, intellettuale, estetico, passionale, affettivo che mi intriga, stimola il mio cervello, la mia amigdala, forse il mio cuore, ma più in generale penso tanto il mio corpo quanto la mia mente che considero a quest’età un tutt’uno; qualcosa che mi invita a reiterare, pur nella loro episodicità, gli incontri con quella persona, senza escludermi, e lo dichiaro subito preventivamente, altre relazioni che abbiano analoghe ma diverse modalità di curiosità ed attrazione.

Le ho insomma detto di essere un uomo che vive solo e che non rinuncia ai piaceri della libertà vicendevole, pur nel reciproco impegno a darsi all’altro e ad accoglierlo, anche a spendersi con ogni forza, intellettuale o fisica, ma soprattutto per il conseguimento del piacere, del benessere e della soddisfazione bidirezionali, e che laddove incontro questioni o atteggiamenti che spingono verso la sofferenza o il dolore, che avvitano la relazione in interminabili e inutili controversie, in estenuanti discussioni sconnesse e prive di un registro logico, con domande e risposte scollegate fra loro, pressoché autistiche, inconciliabili se non resettando tutto, mollo la presa, mi faccio da parte, arretro, mi arrendo, lasciando aperta la porta del dialogo, ammesso che non vi siano state marcate mancanze di rispetto, ma sottraendomi al gioco perverso e insensato che gli studiosi di Palo Alto, Bateson e Watzlawick in testa, hanno ampiamente disvelato nella sua dannosa e consuetudinaria ripetizione.

Credo di averle aggiunto la parola magica che sempre più spesso mi accorgo risulti inaccettabile, fastidiosa e volutamente incompresa, per quanto sia esattamente quella che definisce come io imposti le mie relazioni, amichevoli o amorose che siano: poligamia.

In antropologia, spiega l’enciclopedia on line della Treccani, la poligamia è una «forma di matrimonio per la quale un uomo o una donna possono avere più consorti contemporaneamente».

La Treccani specifica che la poligamia ha due aspetti, ma prima di illustrarli vorrei precisare che alla «forma di matrimonio» penso ormai si possa sostituire – non volendosi nascondere dietro una foglia di fico che dopo oltre 3.000 anni è a dir poco avvizzita – la dizione «forma di relazione», senza nulla togliere al valore convenzionale e consensuale del matrimonio, ed anzi assumendo tali caratteristiche anche per la semplice relazione, che tuttavia, a differenza del matrimonio, beneficia, o per altri probabilmente pecca, di caratteristiche che la distinguono da esso.

La Treccani definisce infatti il matrimonio «Unione fisica, morale e legale dell’uomo (marito) e della donna (moglie) in completa comunità di vita, al fine di fondare la famiglia e perpetuare la specie».

Si sta ampiamente discutendo sul riconoscimento o meno delle unioni che legano due maschi o due femmine e in non poche case si praticano usanze dove le figure familiari – i nuovi compagni o le nuove compagna delle ex mogli o degli ex mariti, addirittura di secondo, terzo o alla n letto – hanno scardinato il comune senso dell’amore, quello che le fiabe, i menestrelli e i sommi poeti ci avevano indotto a credere che fosse e, talvolta, effettivamente è.

Quella nuova ampie tribù costruire, disciolte e ricostruite, sono per lo più passate da riti civili o religiosi in ognuno dei quali ci si è giurato eterno amore e addirittura, a seconda di essi, che i coniugi contraggono «l’obbligo (l’obbligo, non l’impegno o la volontà!) reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione» (Art. 143 del Codice civile), «acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri» (ibidem, come se prima o dopo ne avessero di diversi!), «sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia» (ibidem, dei quali Stato, comunità, intrusi nelle nuove relazioni possono infischiarsene). Tralascio gli articoli 144, “Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia” e 147 “Doveri verso i figli, ma non posso non sottolineare che in municipio, alla risposta affermativa di entrambi i coniugi di volersi prendere come reciproci sposi, l’ufficiale dello stato civile del Comune dichiari «in nome della Legge», e perciò poco più che solo per essa, che essi sono «uniti in matrimonio».

O appunto, nel caso la cerimonia sia avvenuta in chiesa, lo sposo si rivolge alla compagna affermando di accoglierla come propria sposa (e l’uso del possessivo è evidente e forse sintomatico), «con la grazia di Cristo», promettendo di esserle «fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia» e di amarla e onorarla «tutti i giorni della mia vita». Altrettanto dice la sposa ed il gioco è fatto.

Ciò non ostante molto spesso le cose vanno come vanno e come le emozioni, i sentimenti, le confusioni, gli smarrimenti, gli andamenti ormonali, se non peggio le convenienze e le ipocrisie, dettano inappellabilmente, con tutto il rispetto per chi resiste e per chi invece cede.

Ma per tornare alla poligamia – o, come potremmo chiamarli, al polisentimentalismo, alla policondivisione, al polidesiderio, alla policoncessione di se stessi e alla poliaccoglienza degli altri – essa, come si è premesso, secondo la Treccani – che ne restringe il campo a forme di “matrimonio”, in entrambi i casi attente al “patrimonio” – ha due aspetti: la poliginia e la poliandria. La prima, assai diffusa in varie culture, consiste essenzialmente nell’unione «di un uomo con più donne». La seconda, invero piuttosto rara, in quella «tra una donna e più di un uomo».

In entrambi i casi, tuttavia, emergono vistose le correlazioni con i sistemi sociopolitici, il controllo delle risorse umane, la gestione del potere e della ricchezza, lo squilibrio fra i componenti delle unioni, lo sfruttamento della forza lavoro, insomma aspetti poco attinenti a quello che Goethe o Dante o Tolstoj, per non dire di Battisti o Mina, ci hanno fatto sognare.

La Treccani riporta anche definizioni della poligamia in campo botanico e zoologico che tralascio, quantunque potrebbero avvalorare l’orientamento che sostengo,

Ora, per tornare alla donna che cammina in maniera inconfondibile, volteggia più che camminare, libra, ha un che di Mary Poppins e qualcosa di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, è lieve, sinuosa, elastica, addirittura sembra stia lievitando, accenna degli impercettibili passi di danza, siamo andati avanti un po’ di giorni, non più di sette, a scriverci messaggi e farci telefonate – ripeto, sostanzialmente casti e privi di allusioni sessuali o di sbilanciamenti affettivi – fin quando un giorno mi ha comunicato che l’indomani avrebbe avuto un appuntamento pomeridiano, presumibilmente di un paio d’ore, con una persona cara, per valutare con essa se intraprendere una strada, già percorsa dal padre, che in qualche maniera avrebbe potuto procurarle un’occupazione e, molto probabilmente, soddisfare una sua passione sepolta e non più coltivata.

Mi ha anche domandato quali fossero i miei progetti per il giorno successivo, chiedendomi se non fossi già impegnato con una delle persone che come le avevo detto assai spesso vedo. Io le ho risposto che non avevo ancora fatto programmi e che mi avrebbe fatto piacere se, qualora ne avesse avuto voglia, terminato l’importante incontro, si fosse fatta viva telefonandomi o mandandomi un sms.

Così eravamo d’accordo, o come si direbbe in linguaggio giuridico o familiare a chi si occupa di comunicazione, questa era la convenzione pattuita, l’impegno preso, la promessa fatta direbbero i più romantici o i più infantili.

Il telefono non ha squillato né quel pomeriggio, né la sera, che io ho occupato serenamente in altro modo, né il mattino successivo e, a un certo punto di quel nuovo giorno, l’ho chiamata per sapere come fosse andata, e se l’incontro avesse dato i suoi frutti, e se insomma ci fosse da sperare che qualcosa sul fronte dell’occupazione lavorativa e del dispiegamento delle proprie ambizioni e potenzialità avesse cominciato a muoversi,

Ma anziché soffermarsi su questi argomenti che a me appaiono proficui e potenzialmente portatori di piacere, benessere e soddisfazione bidirezionali, e non di sofferenza e dolore, ne è scaturita una puntigliosa disamina di chi telefonasse di più, un interrogatorio sul perché non avessi chiamato io il pomeriggio precedente quantunque i patti fossero altri, ed argomenti volti a dimostrare che se queste telefonate non c’erano state ed il conteggio delle chiamate era sbilanciato, questa era la dimostrazione di un disinteresse che induceva a sentirsi feriti e reietti, vale a dire rifiutati e non desiderati, cioè a porsi l’interrogativo se valesse la pena di spendere tante proprie energie per un qualcosa che non sarebbe mai stato ripagante, ed anzi forniva la conferma che anche questa volta la sofferenza sarebbe stata certa ed impari lo slancio e la dedizione impiegati.

Ho ascoltato a lungo e per un po’ ho tentato qualche precisazione, ma alla fine, sapendo quanto poco tempo mi rimane dinanzi e quanto me ne occorra per far quello che desidererei fare, ho precisato che alla mia età evito qualunque relazione si avviti su discussioni inerenti le qualità, i contorni, le specifiche della relazione in corso, che sono quello che sono e che solo qualche volta, raramente e con poche parole, ci si specifica in cosa consistano. Anche quella con la donna che cammina in maniera inconfondibile, volteggia più che camminare, libra, ha un che di Mary Poppins e qualcosa di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, è lieve, sinuosa, elastica, addirittura sembra stia lievitando, accenna degli impercettibili passi di danza.

Almeno fin quando, per sua scelta, non vorrà parlar di sostanza o condividere qualcosa che sia piacevole e proficuo per entrambi.

Scrivo questa storia per specificare più che a lei, ad altri, non solo ad amanti, ma anche a amici o parenti o appena conoscenti che ho braccia ed orecchie aperte, ma non ho tempo da sprecare. Non più.

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