I pensieri di Sergio

Come ogni mattina Sergio entrò nel bar di fronte a dove lavorava, e C., apparentemente serena, senza alcun imbarazzo, senza alcun disturbo, senza alcun retro-pensiero, dandogli del tu, sorridendo come aveva sempre fatto, accolse la sua richiesta di caffè, offrendoglielo con la medesima professionalità, di cui chiunque le avrebbe dovuto dar atto.

Lui attese che la tazza venisse messa sul banco, poi sorseggiò lentamente la bevanda calda guardando il volto della ragazza con i medesimi occhi incantati con cui quotidianamente la osservava, occhi che un giorno aveva messo a fuoco non fossero gli stessi con cui ad ogni muover di chiome allungava l’occhio o torceva la testa.

Seguì i suoi movimenti ed i suoi gesti con quella sorta di “riflesso condizionato” che aveva imparato a riconoscere e nel quale c’era assai poco di erotico e, per così dire, peccaminoso, non abbassando le proprie pupille al di sotto dell’altezza del collo, per scrutare la forma dei seni o le natiche della ragazza che aveva almeno la metà della sua età e senza che nella sua mente prendesse corpo qualche fantasia che immaginasse fra loro una più approfondita intesa, o, per dirlo più esplicitamente, un incontro basato essenzialmente su un’intesa sessuale.

Anche quella volta percepì la sensazione che quella giovane donna non rispondesse integralmente ai suoi canoni di bellezza, quelli a cui, senza troppi scrupoli o rimuginamenti, non esitava ad abbandonarsi, ed anzi, una volta riconosciuti, escogitava qualcosa che quanto meno lo aiutasse a raggiungere il suo scopo e, tuttavia, che quell’attrazione difficilmente la si sarebbe potuta definire in altro modo se non innamoramento, una condizione nella quale da lungo tempo non si trovava.

Era passato un po’ di tempo da quando le aveva consegnato quella lettera nella quale aveva manifestato questo suo sentimento, tentando di servirsi delle parole più appropriate, forse proprio quelle esatte, insostituibili da altre, che proprio per ciò non le suonassero moleste o fastidiose, tali da sentirsi in obbligo di modificare il proprio naturale atteggiamento, appunto quel sorridente “tu” con cui lo accoglieva nel bar servendogli il caffè mattutino.

Anche le sue colleghe avevano rarefatto quelle occhiatine di leggero scherno dalle quali si percepiva che avessero avuto anch’esse occasione di leggere la missiva e venire a conoscenza del sommesso sentimento vissuto da Sergio, come se la faccenda fosse ormai lontana e, per così dire, archiviata.

Insomma, tutto era tornato alla normalità e quella lettera era rimasta, com’era nelle intenzioni di chi l’aveva scritta, una parentesi, doverosa da aprirsi ed altrettanto doverosa da chiudersi, quasi ignorandola. E nella realtà erano rimasti una barista ed un cliente che, in un clima di reciproca cortesia, si scambiano un caffè, uno scontrino, degli spiccioli, qualche garbata parola entrambi col volto sorridente.

Sergio, tuttavia, ebbe modo di raccontare a persone che conosceva quanto era avvenuto e cosa aveva provato e come si fossero svolti i fatti. Senza rivelare il nome della giovane donna, in un paio di occasioni giunse a leggere ai suoi interlocutori il testo della lettera scritta e lo fece perché si trovava dinanzi a persone più giovani di lui, con le quali stava colloquiando del più e del meno. Persone che potrebbero aver avuto la stessa età della giovane donna di cui a suo modo si era “infatuato”, o addirittura con ancor anni in meno sulle spalle.

Tentò perciò di saggiare tramite le loro reazioni, mediante le parole che avrebbero espresso, attraverso i giudizi che avrebbero manifestato, cosa potesse esser passato per la testa dell’amata leggendo quelle parole, cosa si fosse prodotto nel suo intimo ricevendo quel plico, quale stato d’animo le avesse causato.

Rimase sorpreso di apprendere in un caso che le parole impiegate in quella lettera, lo stesso uso di quel mezzo di comunicazione, di più l’articolazione dei pensieri espressa in quel modo, con quelle frasi, con assai probabilità sarebbero risultate alla giovane donna quasi incomprensibili, come se le lingue parlate non fossero le stesse, diversi i vocabolari impiegati e sconosciuti i termini impiegati.

E ancor più sorpreso, nell’altro caso, di sentirsi condannato come molestatore, quanto meno inappropriato, certamente inopportuno, nemmeno si fosse rivolto ad una dodicenne, o peggio avesse palpeggiato la ragazza.

Meditò corrucciato su entrambe le interpretazioni, soppesò accuratamente le opinioni raccolte, s’interrogò spietatamente sul loro possibile realismo, smontò e rimonto ripetutamente le frasi registrate, giunse a un passo dal provare un senso di colpa, dal rimproverarsi per quanto aveva sentito, pensato, scritto, fatto.

Ma poi, con un sorriso sulle labbra e un senso di liberazione e libertà in petto, fece festa al proprio innocente innamoramento e decise di continuare ad ordinare con serenità il proprio caffè ogni mattina nello stesso bar, alla stessa ragazza che glielo serviva con quella gentilezza squisita, quel volto di una straordinaria bellezza, quello sguardo inconfondibile, concedendosi di osservarla con la medesima immutata estasi.

Accettò di buon grado la momentanea assenza di un innamoramento vero, senza preoccuparsi che questa potesse essere la condizione permanente della propria residua esistenza, e guardò con simpatia e tenerezza alla maturità raggiunta dei propri sentimenti, capaci di manifestarsi anche relativamente, a brandelli, episodicamente, in maniera disseminata, verso persone diverse e in modalità diverse tra loro, ed anche contemporaneamente, in simultanea.

Ma soprattutto si sentì felice di essersi per un attimo infiammato senza che per fortuna niente bruciasse.

One Response to “I pensieri di Sergio”

  1. Antonella Blanco scrive:

    Non trovo nulla di inappropriato, vecchio o sclerotico nel nominare le cose e dar loro consistenza, quanto piuttosto di aperto, flessibile, nuovo.
    Bisogna dare atto a Sergio e al suo gesto di aver dato forma e parole a quanto finora immaginavamo soltanto ammirando la bella Suzon di Manet nel bar alle Folies-Bergère, e di aver finalmente liberato dall’irrisolto condizionale usato da Guccini il testo di Autogrill sostituendolo con un più spiazzante e dirompente indicativo.

    “La miglior serratura non ha chiavistelli
    e nessuno può aprirla.
    Il miglior nodo non usa corde
    e nessuno può scioglierlo”
    (Lao Tzu)
    Forse il fuoco più caldo è proprio quello che non brucia. E se Sergio avesse trovato la chiave per disgiungere Eros da Thanatos?

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