Immagini dall’Elbrus

Manana Jiorgjikia (a destra) e la sua amica Madonna, con mia madre

Manana Jorjikia è la persona che, amorevolmente e con professionalità, da molti anni ormai, si prende cura di mia madre, autosufficiente ma limitata dagli acciacchi dell’età, e la aiuta a vivere meglio un’anzianità decorosa e degna di essere vissuta.

Percepisce per questo uno stipendio e dispone di vitto e alloggio in base a un regolare contratto stipulato nella sede di un sindacato nato per garantire i diritti dei lavoratori, ma da ambo le parti c’è una reciproca disponibilità che pertiene, ritengo, agli ambiti del buon senso, del viver civile, dell’umanità, della fortuna di essersi trovati vicendevolmente accettabili.

Per accudire mia madre, e prima di lei altre persone, ha rinunciato ad insegnare lingua e letteratura georgiana, che niente ha a che spartire con la medesima disciplina russa, come poteva fare quando oltrecortina, com’è universalmente accettato senza l’ombra di un dubbio, si mangiavano i bambini e si era giunti al colmo dell’efferatezza.

La coraggiosa e certo non facile scelta credo le consenta, oltre ad aver di che vivere, di sostenere a distanza la sua famiglia – un’anziana madre, una sorella, nipoti e figli di nipoti vari – e probabilmente anche qualche regione periferica di un clan, l’appartenenza al quale, a cominciare dal far parte della stessa nazione, in Georgia dev’essere molto forte e non priva di rituali di ospitalità ed accoglienza che forse un tempo erano desti anche dalle nostre parti, ma, con il tempo e l’avanzare di quanto ha vittoriosamente stritolato il diabolico comunismo, si sono inesorabilmente perduti lasciandoci in case dove mettiamo inferriate alle finestre per sentirci più sicuri, e reclusi, anziché applicare alla lettera, con determinazione e rapidità, il codice penale.

Orbene Manana Jorjikia in questo periodo è in ferie e, dopo qualche alterna vicenda, la sostituisce una sua connazionale, che credo fosse addirittura un giudice di corte suprema. È in ferie nel suo paese, in Georgia, dove avevo ipotizzato di andarla a trovare se fosse stato indispensabile escogitare un sistema per dare una mano a sua madre che ha seri problemi di salute.

Ne avrei approfittato, e glielo avevo preventivamente comunicato chiedendole di darmi una mano ad organizzare tale escursione, per andare a vedere il monte Elbrus, 5.642 metri di altitudine, la vetta non solo più alta del Caucaso, ma, da quando è caduto il muro che divideva Occidente da Oriente, anche la più alta d’Europa, superando il bianco che arriva, si fa per dire, solo a 4.809 metri d’altezza, nonché una delle Seven Summits del Pianeta.

Il nome significherebbe “picchi gemelli”, per la presenza di due cime quasi uguali per altezza, quella orientale e quella occidentale, la più elevata, ma c’è chi sostiene che invece significhi “cima conica”.

Per quanto inattivo, l’Elbrus resta un vulcano che nel 1906, a causa del riscaldamento delle rocce dovuto alla risalita di magma, rese improvvisamente, ma per un giorno solo, la vetta del monte completamente spoglia del manto nevoso, impaurendo non poco gli abitanti della zona.

Il Prometeo incatenato, scolpito da Nicolas-Sébastien Adam, conservato al Louvre di Parigi

Ma la cosa più importante, quella che appunto mi avrebbe spinto, e non escludo in futuro mi spinga, a vedere e quanto più possibile a salire l’Elbrus, è che sarebbe esso il monte su cui Zeus fece imprigionare Prometeo, costringendolo al tormento di un’aquila che ogni giorni gli rodeva il fegato, il quale ricresceva per tornare ad essere pasto per il rapace, e questo senza tregua e in eterno.

Fu questa la punizione che il figlio di Giapeto e Climene subì per aver donato agli uomini il fuoco, col quale oggi ci scaldiamo, cuciniamo i nostri pasti non consumandoli solo più crudi, facciamo girare le nostre industrie e parte della nostra economia, uccidiamo i nemici che di volta in volta ci inventiamo, sfregiamo le donne che sono stufe del nostro odioso modo di fare l’amore.

A quella figura mitica guardo con grande ammirazione e gratitudine, ancorché con il sospetto che molte delle nostre rogne debbano ricercarsi proprio nel dono che ci ha fatto, o nell’incapacità che noi abbiamo avuto di “metterlo a fuoco”.

Su quella montagna Manana è comunque coraggiosamente andata in compagnia delle sue inseparabili amiche e questa mattina mi ha spedito via Facebook queste splendide immagini che mi fa piacere condividere con i miei lettori.

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