Il mio piccolo Pulitzer

Il castello di Romena

In Casentino, per l’esattezza nel comune di Pratovecchio, c’è un castello, quello di Romena, di cui si parla nel canto XXX dell’Inferno.

L’accenno alla fortificazione Dante lo affida a Maestro Adamo, ospite in quel maniero dei Conti Guidi, che ne erano i proprietari, i quali lo spingono (e lui accetta) a falsificare monete sostituendo vili metalli all’oro, in misura d’un carato ogni otto, per trarne illecito profitto, peccato per il quale vien condannato ad un’insaziabile sete:

«Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai».

Siamo nella decima bolgia dell’ottavo cerchio, dove appunto scontano la pena i falsari: che lo siano stati “di persona”, come Mirra che prese altre sembianze per congiungersi scelleratamente al padre, o come Gianni Schicchi che pur d’ottenere un’eredità indossò i panni d’un altro dinanzi al notaio; o “di parola”, cioè bugiardi e spergiuri, come la moglie di Putifarre che, respinta da Giuseppe nel tentativo di sedurlo, lo accusò dinanzi al marito d’averla violentata, o il greco Sinone fattosi far prigioniero dai troiani per convincerli con suadenti parole ad accettare dagli Achei il Cavallo che sarebbe stato la loro rovina; o infine, appunto, “di valuta”, come Mastro Adamo e tutti coloro che spacciano bond, titoli d’investimento, fondi e azioni per denaro sonante.

Il malinconico, triste e sofferente Mastro Adamo, costretto ora a non ottenere nemmeno un goccio d’acqua avendo in vita avuto tutto – all’incirca come un altro simpatico spergiuro e contafrottole della mitologia greca, Tantalo, sempre ad un soffio dall’abbeverarsi e cibarsi, senza mai poterlo fare – non è privo di livore per il torto subito, in altre parole per esser stato vittima egli stesso di falsari o quanto meno ingannatori, un po’ come quelli che ho anni addietro conosciuto io in loco.

Tant’è che sarebbe disposto, per vederli costretti al medesimo supplizio, non solo a rinunciare a placar la sua sete, ma anche – se solo lo potesse, essendo inchiodato al suolo come le anatre da paté e all’incirca come un altro personaggio della mitologia greca, Prometeo – a muoversi di una sola oncia ogni cent’anni, pur d’acciuffarli e render loro la pariglia.

Un’acredine simile deve averla provata lo stesso sommo poeta, il quale, invero in assai buoni rapporto con i conti Guidi, durante i suoi vent’anni d’esilio, fra il 1301 e il 1321 quando morì, trascorse qualche tempo nel castello di Romena, preferendovi però quello non lontano di Porciano.

Nel castello di Romena soggiornò anche Gabriele d’Annunzio che nel 1901 lì scrisse gran parte dell’Alcyone.

Ai piedi del castello si trova una bellissima pieve romanica costruita alla metà del XII secolo sopra una precedente chiesa dell’VIII secolo, i cui resti sono ancora visibili sotto al presbiterio. Si chiama pieve di San Pietro a Romena, e dal 1991 ospita la Fraternità di Romena, una comunità che, stando a quel che dice di se medesima come spesso fanno i cattolici, si propone di essere «punto di incontro per chiunque cerchi uno spazio semplice e accogliente dove, nel pieno rispetto delle storie e delle differenze individuali, ciascuno abbia la possibilità di rientrare in contatto con se stesso e, se vuole, con Dio, e di riscoprire il valore e la ricchezza delle relazioni».

La medaglia del Premio Pulitzer

Da buon semplice cronista credo di aver detto l’essenziale che c’è da sapere sul luogo dove, a soli 24 anni, il 5 settembre 1981, ricevetti dalle mani di Romano Battaglia, quello che – lo so bene, con non malcelata presunzione – considero il mio piccolo Premio Pulitzer, considerato in America il più prestigioso riconoscimento all’attività di un giornalista.

Romano Battaglia, nato nel 1933 a Marina di Pietrasanta dov’è morto nel 2012,) è stato un giornalista e scrittore italiano che, dopo un esordio come attore, entrò alla Rai conducendo importanti trasmissioni, tra cui l’indimenticabile Tv7, degli esordi – la cui sigla musicale di Stan Kenton non è mai stata cambiata se non nell’arrangiamento – alla quale io preferivo, tuttavia, un rotocalco, il cui nome probabilmente era Almanacco, che iniziava con i Preludi di Liszt.

Oltre ad aver scritto una sterminata quantità di libri, ricevendo anch’egli numerosi premi, tra cui il Bancarella, Romano Battaglia è stato anche l’animatore della manifestazione culturale “La Versiliana” che si svolge nella pineta dove visse Gabriele d’Annunzio.

Il primo premio che mi consegnò nel Castello di Romena in quegli ultimi giorni d’estate del 1981, per la Sezione giornalismo, insieme ad un apprezzato assegno che credo mi consentì di dare un anticipo per cambiare la macchina, da una R4 a una Golf, entrambe comunque comprate usate, fu per un articolo che non doveva essere necessariamente pubblicato su un giornale, ma solo scritto, come se davvero si stesse in redazione o nel luogo dove si era inviati.

Era un’intervista impossibile – genere sul quale mi soffermo nella decima puntata della mia Lezione d’intervista per poi averlo ripreso riportando quella che Italo Calvino fece all’uomo di Neanderthal – niente popò di meno che all’Italia.

Il titolo era infatti: «Scusi, Lei giornalista, è un professionista od un dilettante, uno storico od un pettegolo? Sa… mi interessa: sono l’Italia».

Risposi alla domanda dell’Italia, vincendo così il mio piccolo Pulitzer, e quell’intervista la pubblicherò nei prossimi giorni nel post intitolato: Intervista all’Italia.

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