Un 11 settembre senza paura

Cara B.,

sono l’uomo nero il cui spettro agitava tuo padre quando avevi credo 4 anni, per cui penso tu oggi ne abbia 13, età bellissima anche se, lo so, non priva di inquietudini e tormenti, tra i quali, spero, si siano diradati quelli per “l’uomo nero”, un cattivo pronto ad intrufolarsi di notte dentro la casa nella quale si vive, divenuta da allora, o poco dopo, due case, quella di mamma e quella di papà, o, come più probabilmente dirai tu, del babbo.

Un uomo nero, non so se incappucciato in una tunica di quel colore cupo che ne travisasse il volto come spesso si raffigurano i malvagi – Darth Vader di Guerre stellari tanto per dirne uno – o, invece, dalla pelle più scura, con maggior melanina, della tua e della mia, che siamo nati in quest’altra parte del mondo dove non si è mai smesso di prendere a calci e sputi, depredandone ogni bene e martoriandoli fino all’orrore, quelli che, vergognandoci di come li abbiamo a lungo ingiuriati servendoci appunto di una parola che indica la tonalità cromatica della loro epidermide, adesso abbiamo ribattezzato “di colore”.

In quel modo – “l’uomo nero” – tuo padre mi aveva dipinto dinanzi ai tuoi occhi, insieme suppongo, anche a seconda dei contesti nei quali si trovava, con mille altri epiteti che fossero ingiuriosi, denigranti la mia persona e capaci di incendiare o placare la rabbia, l’odio e certamente il dolore e lo smarrimento che in lui si erano prodotti.

E così, a quanto ne so, stava mettendoti a bada, invitandoti a temermi nonché a sorvegliare che non mi avvicinassi, cosa che non è mai passata nei miei pensieri e tanto meno è avvenuta, se non in un’occasione della quale ero totalmente ignaro e durante la quale mi sono comportato come dinanzi a qualsiasi bambino, tentando di farlo sentire a proprio agio anche appena vezzeggiandolo, tutt’al più solo con un po’ più di pudore.

Tutto questo a causa del fatto che prolungatamente, un giorno, tua madre, a cui mi legava unicamente la facoltà di decidere del suo lavoro, mi ha con intensità guardato dritto negli occhi, manifestandomi di sua iniziativa uno stato di malessere e difficoltà, forse chiedendomi un aiuto a lasciar che essa avesse il tempo e la libertà di superarli, senza che questo inficiasse la stima e il rispetto che professionalmente si era conquistata e le condizioni generali del rapporto contrattuale da lei stipulato, a cui io dovevo sovrintendere.

Mi ha guardato con una tale intensità dritto negli occhi quel giorno – squarciando in pochi minuti la propria anima ma senza per questo mai puntare il dito verso chi aveva contribuito ad amareggiargliela – che io stesso mi sono trovato costretto a guardarla con altrettanta intensità dritto negli occhi, più di quanto non facessi e faccia comunemente quando devo ascoltare una persona che ha qualcosa di grave ed importante da dirti.

E quel rapimento dello sguardo si è fatto in una manciata di minuti sempre più intenso, fino ad esserne come preso, spalancato ad ascoltare ogni singola parola, la più piccola sfumatura, il dettaglio riguardo il suo dolore.

Allora sì ho preso io l’iniziativa e, intimamente scosso, quasi in imbarazzo per la mole degli argomenti portati nella mia stanza ed alla mia attenzione, per la piega che stava prendendo quella vera e propria confessione, ho proposto che la conversazione proseguisse altrove, in un luogo che, per quanto fosse pubblico, risultasse più privato di quello in cui ci trovavamo, che era, a tutti gli effetti, un luogo pubblico.

E lì, in quell’altro luogo pubblico, capace però di regalare una qualche riservatezza, ho ascoltato. Ascoltato e ancora ascoltato, fin quando terminate le cose da udire, è esploso il bisogno di dirne qualcuna anch’io, non dissimile da quelle udite, di gettar fuori un segreto accuratamente a lungo custodito e sciogliere un groppo che tuttavia con forza e decisione avevo saputo annodare, renderlo insolubile, apparentemente incapace di evocare dolore.

Fin qui niente di grave, se non fosse che lo scombussolamento provocato dalla conoscenza di quello strazio da un lato e dall’ammissione della pena fino a quel momento segregata nel mio intimo dall’altro, all’improvviso, in maniera del tutto indipendente da qualcosa che io possa considerare la mia volontà, è esplosa nell’affermazione di una frase che io avevo – con enorme parsimonia, titanica precauzione e sincera naturalezza – riservato a due, forse tre donne, in vita mia, ovvero in un tempo all’epoca di quasi cinque volte più grande dell’età che tu hai ora.

Sì, le ho detto «Ti amo», e come quella frase sia uscita dalla mia bocca ancora non so dirlo, quasi che a pronunciarla non fosse stata la mia bocca, a dare il segnale di servirsi di quella comunicazione non fosse stato il mio cervello, a emettere quel suono fosse un altro dentro di me.

Riprese le mie facoltà ho immediatamente chiesto scusa a tua madre, per cosa non so, perché né l’avevo insultata né le avevo detto qualcosa di ostile, semplicemente avevo manifestato un sentimento che, per quanto inspiegabile e forse nella sua interezza non rispondente a quello che la frase impiegata comporta, implica, sottende, impone.

Ho chiesto ripetutamente scusa, come in un lamento che accompagni il desiderio di perdono, e probabilmente per rendere inoffensiva qualsiasi sfumatura potesse risultare imbarazzante, molesta, causa di ferite.

Poi da entrambe le parti quella tenerezza, quella disponibilità all’ascolto da parte dell’altro, quell’attenzione, quel desiderio di protezione e benevolenza hanno preso la piega dell’attrazione che talvolta, non di rado, colpisce una donna e un uomo.

Per metà con la responsabilità di due adulti e per metà con l’incoscienza di due adolescenti, per metà affidandoci ai rispettivi cervelli e per metà lasciandoci guidare, o sbandare, dal cuore, siamo a lungo rimasti in un limbo non posso dire innocente ma non molto colpevole, nel quale continuare a portare rispetto e amore lei al tuo babbo ed io a mia moglie, è vero non nascondendo la bramosia ma anche appellandoci al trattenimento delle passioni.

Poi una leggerezza, non so quanto inconsapevole, ha fatto precipitare tutto. Sembrava fossimo diventati due delinquenti, in particolare io un uomo privo di scrupoli e votato alla distruzione della pace. Insomma, un uomo nero.

Se quello fosse il colore della mia pelle ne andrei orgoglioso, se quello fosse il colore della mia anima mi ribellerei sapendo che non è così, è ricco anche di bianco, tutt’al più ha le sue zone grigie come le abbiamo tutti.

Ma io vorrei, ed è per questo che ti scrivo, che tu non tema, ora che stai crescendo e fra un po’ quando sarai più grande, gli uomini neri, né quelli giunti dall’Africa o anche solo dalle regioni più meridionali del nostro paese, né quelli fantasticati nei fumetti, nel cinema, in qualche romanzo.

Sì, sii cauta, perché uomini malvagi esistono, hanno pelle scura, chiara, gialla e di ogni altro colore, non è quella a far di essi la loro malvagità.

Uomini così esistono e da essi bisogna guardarsi, per lo più evitarli, talvolta tentare di comprenderli ed aiutarli a prendere un’altra strada, avvicinarli alla benevolenza anziché alla malvagità e far emergere dal loro animo quello che di bello c’è in ogni individuo, in tutti gli esseri umani, i quali sono stati capaci di guerre, stragi, violenze, orrori, ma anche di strabilianti opere di ingegno, dedizione, passione.

Ho pagato tutto quello che c’è da pagare per quello che ho fatto e non fatto, accettando anche di pagarlo finché campo, ed anzi trasformando quella pena in un modo migliore di stare in mezzo agli altri, di rispettarli, di spendermi fino all’ultimo centesimo o spremermi fino all’ultima goccia perché appunto ne scaturisca qualcosa di migliore.

Ed ora vorrei che tu non tema gli uomini neri e, più che altro, che tu non tema, tenga a bada la paura, che, credimi, è la peggiore consigliera degli individui, li fa agire scriteriatamente, anche commettere misfatti e reati.

Tuo padre l’ha comprensibilmente provata, spingendosi, agito da essa, al massacro, alla distruzione, al “muoia Sansone con tutti i filistei”, facendola provare anche a me e a farmi agire sotto il suo influsso, e spero ora lui ne sia indenne e viva in pace e con amore, com’è per me.

Perciò che sia in grado di darti i migliori consigli possibili, compreso quello di non farti mai prendere dalla paura.

Auguri B., in questo 11 settembre che purtroppo all’umanità ha dispensato più di una giornata di paura, addirittura di panico. Ma non è perché ci sono state quelle tragedie che ad ognuno ne merita una analoga. Niente paura B, vai avanti e sorridi gioiosa.

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