Una morte da non sprecare

Ho letto poco della giovane donna di Napoli che si è impiccata con un foulard, dopo aver già tentato alcuni mesi fa di suicidarsi ingerendo psicofarmaci, perché, scrivono i giornali, tormentata da una vicenda nata facendosi riprendere in un video hard che sarebbe dovuto rimanere tra intimi e invece ha assunto una celebrità che nessun regista alle prime armi si sogna.

Ho letto poca cronaca e pochi commenti sull’argomento, ma alcune considerazioni si sono cristallizzate nella mia mente e tento di metterle in fila.

Beh, certo, innanzitutto il dolore. Ammazzarsi. Ammazzarsi a 31 anni. Impiegando per morire e non sentire più nulla tra i 5 e i 7 minuti dopo che il cappio ha occluso le vie respiratorie, stando a quel che dicono i testi sull’argomento.

Altrettanto certa la condanna per chi ha reso di dominio pubblico qualcosa non tanto che fosse privato, ma che si sapeva lei voleva rimanesse tale. Di più: che si sapeva avrebbe procurato dolore nel momento in cui fosse passato dalla ristretta cerchia a cui era destinato all’universo mondo: sono quasi 4 miliardi le persone connesse a internet. Una rete globale che più probabilmente è lo striminzito borghetto dietro l’angolo, il microcosmo di quanti riconoscono il tuo volto – non la forma di un seno o il primo piano di una penetrazione – e lo associano a un nome, alla tua persona che tu sai esser fatta anche d’altro.

Qui c’è la prima considerazione, quella che riguarda l’identità, ovvero la propria unicità e le diverse qualità o attributi che la definiscono, che formano l’immagine che gli altri hanno di te, quella che tu hai di te stesso, quella che di te stesso tu formi anche attraverso quella che gli altri hanno di te, di riflesso.

La donna, leggo, per sottrarsi alla vergogna, per un po’ aveva cambiato aria, se n’era andata altrove, dove i lineamenti del tuo volto, non il colorito di un gluteo o le dimensioni della clitoride, dicono solo che sei «alta, bruna, capelli lunghi e sguardo intenso, un fisico da modella». O forse anche che hai l’accento partenopeo, sai tutto di Wittgenstein, cucini un ottimo cheese cake, sai leggere i tarocchi. Fine.

Ma il suo “quartierino”, il “paesello”, il budello di mondo si erano dilatati. Tizia Caia Sempronia era rimbalzata in un circolo di “amicizie”, in un libro delle facce ed altri giocattoli postmoderni, gremito di idioti, me compreso, che schiacciano bottoncini per dire che hanno un sorriso sulle labbra, piangono, sono adirati o commentano con un mi piace anche il necrologio virtuale per la prematura scomparsa del gattino tanto amato o della mamma appena defunta.

Era, dicono, anche finita nel catalogo che ti offre la possibilità di eccitarti scegliendo fra rapporti a due, a tre, orgiastici, saffici, interraziali, intergenerazionali, disegnati come se fossero a fumetti, amatoriali o girati su un set e così via. Nel luogo cioè dove se ti chiami Caterina o Giovanna, hai la laurea o il diploma magistrale, un neo sul mento o una cicatrice sulla fronte non fanno alcuna differenza e restano impressi nella memoria, caso mai vengano notati, il tempo di un paio di sospiri appena appena più concitati e l’irrorazione repentina di qualche endorfina. In altre parole laddove l’identità è pressoché irrilevante, contano solo i colpi di reni, la zoomata sulla vulva, i gridolini estasiati.

Conclusione della considerazione: perché il proprio essere, non il proprio apparire, non possono essere composti anche della voglia o dell’accondiscendenza a farsi riprendere a cosce larghe o proni, com’ebbero a fare già la nonna di Lucy, l’australopiteca vissuta circa 3,2 milioni di anni fa e scoperta il 24 novembre 1974 in Etiopia, così ribattezzata in onore della canzone dei Beatles che inneggia alle proprietà allucinatorie dell’acido lisergico, l’Lsd?

Sì, perché l’attenzione dei media, da quel poco che ho letto, mi sembra votata a stigmatizzare il voyeurismo di chi, come all’uscita sul mercato dell’ultimo I-Phone, si accalca su Google per sbirciare quale capitolo del Kamasutra avesse messo in scena la donna che si è tolta la vita all’ombra del Vesuvio, surriscaldando ulteriormente le pruderie di un’umanità in imbarazzo dinanzi ai propri e agli altrui genitali, senza fare il benché minimo sforzo di riflessione per indurci a sentirci liberi di farci videofilmare attorcigliati ed ansimanti, di contorcerci assatanati e furibondi dinanzi alla nuova-vecchia performance erotica, di gioire della copula nel silenzio del proprio talamo o, insomma, di vivere il sesso come a ognuno meglio aggrada, purché lasci stare i bambini e non ricorra alla violenza se non per reciproco consenso delle parti in causa.

Detto in altra maniera, malgrado – o forse proprio per – gli ammiccamenti dell’“Isola dei famosi” o del “Grande fratello”, le farfalline delle Belen, fuseau, perizoma, tanga, leggings, pushup, i canali off limits da X a Y del digitale terrestre, gli infiniti i www.falloeretto.eu, permane uno sconcertante bigottismo anche tra il più convinto disincantato laico non appena ci si avvicina non tanto a una parte anatomica destinata a varie funzioni tra cui quella di procurar piacere, quanto a un’area del cervello, se non dico una cazzata il sistema mesolimbico, che, a chi ci crede, dio ci ha donato per provar godimento e, a chi non ci crede, innesca reazioni chimico-fisiche tali da mandar in estasi.

Che, con le dovute revisioni del caso, Whilhelm Reich resti l’impianto concettuale a cui guardare, a me pare, oltre che una cosa scontata, il corretto modo di avvicinarsi alla questione, in modo tale da sentirsi meno a disagio dinanzi alla mela di Adamo ed Eva o al serpente che li indusse a mangiarla, fino al punto di togliersi la vita come la mia amata signorina Else, Amanda Todd e ora la povera trentunenne napoletana.

Questo nulla toglie all’ignobile comportamento, giustamente perseguibile per legge, del von Dorsday della novella di Schnitzler e dei suoi emuli di turno, che hanno fatto copia e incolla di un file pruriginoso e nelle intenzioni top secret sbatacchiandolo in qua e in là nella rete di elettroni che connette Taipei con Anversa e Nairobi con Milwaukee.

A me è successo ben due volte nella vita, confesso per mia stupidità: un maschio ferito e preso dal raptus di muoia Sansone con tutti i filistei, che mi dovrebbe una confezione di Mon Cherì per non essersi fatto un anno di gattabuia avendo violato l’articolo 616 del codice penale; e una femmina nemmen sfiorata, indispettita al solo sentirmi dire che si può vivere anche senza essere monogami, e tristemente affetta da bipolarismo al punto di sdoppiarsi in una puttanella virtuale con cui ho boccaccescamente chattato per ritrovare in piazza il mio piaccia o non piaccia volto, con qualche scabroso dettaglio verbale di troppo.

Cosa diversa è, come mi è capitato di fare ma sempre con il dovuto scrupolo dettato dal pudore, rendere parzialmente pubblico il contenuto di una missiva a me inviata, senza alcun intento diffamatorio o denigratorio, ma solo esplicativo, per estrapolare quella conversazione privata dandole un senso che vada oltre, coinvolga anche gli altri.

Dunque l’identità, il moralismo sessuofobo, la violazione della privacy, ma tra le mie considerazioni scaturite dalla notizia della giovane donna messa alla gogna per quei video hard, ci sono anche quelle relative al suicidio, alle motivazioni che sempre qualcuno cerca di dare a tal gesto, liquidando tutto il resto, ed a quei 5-7 minuti in cui, avendo deciso di strangolarsi, non si è già più di qua e non si è ancora di là, si sente, si soffre, si prova un dolore che va ad aggiungersi agli altri che certamente stanno all’origine del gesto.

Credo di aver altrove già affermato, e se non l’ho fatto ecco il momento buono per farlo, che sarei disposto ad affrontare il carcere pur di veder affermato il diritto dell’individuo, non solo quello malato terminale, di uscir di scena con una consapevolezza che non gli è data quando viene portato in scena, di decidere su qualcosa che è stato deciso per lui.

Di poter fare come credo facessero i Sioux o i Cheyenne che quando stabilivano fosse giunto il momento cercavano una rupe su cui andare ad isolarsi dalla tribù e lì attendevano che l’inedia e il freddo facessero il loro dovere e dessero corso alle proprie volontà. E di poterlo fare – visto che non ci sono più le praterie, i bufali e lo spirito di Manitou, ma grattacieli, ospedali e cavalli di ferro – senza dover lasciare una macchia di sangue sul sagrato del Duomo, senza far inorridire chi vi assiste, senza scervellarsi e delinquere per procurarsi i mezzi atti a farlo, senza provar più dolore di quello accumulato.

Sono insomma un fervido e convinto assertore, scusandomi per l’impiego di termini declinati solo al femminile, che com’è garantita la levatrice, l’ostetrica, dovrebbe essere garantita la accabadora e che spetti alla comunità farsi carico di questo, nel rispetto della privacy se questa vien pretesa, o con testamento finale riservato agli intimi o gridato in piazza se tali sono gli intenti, o, detto in altre parole, che l’encomiabile servigio reso da Exit in Svizzera vada esteso anche a chi non è disperato, fa i conti col tormento, ma solo è intimamente e addirittura sorridentemente certo che questa è la propria scelta, perché non vuol pesare, non vuole umiliarsi, non vuol sottostare, non vuole e basta.

Sono pronto a battermi fino alla morte perché non ci si debba battere per la morte.

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