Perdere tempo

Alcuni giorni fa ho, affettuosamente, ma con un piglio beffardo e pieno di ironia, liquidato mio cugino e i suoi dolorosi avvitamenti su se stesso nei quali credo inconsciamente vorrebbe risucchiare anche me, dicendogli che «non ho tempo da perdere» e sono certo che in lui questa frase, almeno in parte, sia echeggiata come una dichiarazione di non-amore, un chissenefrega scaturito dalle viscere e praticato con determinazione.

La realtà è che intendevo scuoterlo, o meglio scuoterlo con mezzi diversi da quelli adottati fino a quel momento, sostituendo la disponibilità all’ascolto, la manifestazione della vicinanza, l’offerta dell’empatia, l’uso del raziocinio per individuare ipotesi e percorsi e opportunità da sperimentare per sottrarsi all’imbuto nel quale si crogiola da decenni con un appello alla pratica spicciola; con un autoritario invito a far valere quello che fai in questo preciso istante o un attimo dopo appena, non la promessa di quello che sarà e il proposito futuro; con il promemoria che essendo giunti entrambi alla soglia dei sessant’anni non possiamo dilatare l’orizzonte oltre modo fingendo di aver dinanzi l’illimitato o il rinviabile come poteva essere quando si scorrazzava scanzonati con i pantaloncini corti prima o i blue jeans poi; con la sollecitazione ad avere presente che anche nel presente c’è la mia presenza ed il mio essere presente, che sottilmente cerco di dire come una sorta di ribellione all’assenza, al non esserci, al distrarsi, al perdersi, allo scomparire.

Credo di non essere riuscito a trasmettere niente di tutto ciò, perché purtroppo mi rendo conto che la lingua italiana non ci fornisce, od io almeno non sono riuscito a trovar formulazione migliore, un’espressione diversa da quella da me impiegata: «non ho tempo da perdere».

Nessun tempo in realtà mi pare perso. In esso, come nel maiale, non si butta via niente, addirittura dal sangue fritto si fa il buristo o i sanguinacci, per non dir dell’arista – “oi aristoi”, dicevano i greci, e son quelli che io vorrei al governo, per ingegno, buone maniere e buon senso e non per censo –, dei ciccioli, del culatello e della sugna e si sbizzarriscano i patiti della tavola.

Niente del tempo trascorso va a finire nel cesso, neanche, sommandole una ad una, le settimane trascorse seduti sul cesso a defecare o in gioventù a masturbarsi scomodi ma lontano da occhi indiscreti, neanche, ahimé, le ore in catalessi gli occhi infissi nel soffitto, o quelle a trastullarsi ticchettando le dita cercando un pensiero degno di questo nome il quale invece oppone ogni resistenza a venir fuori, o quelle ignobili da cancellare, le pagine che andrebbero strappate dal diario, i giorni del calendario che avresti voluto papa Gregorio XIII nel 1582 espungesse dalla bolla Inter gravissimas promulgata a Villa Mondragone nei pressi di Monte Porzio Catone.

Niente del tempo trascorso va a finire nel cesso se non nell’accezione che l’intero tempo va a finire in un cesso fatto di terra e cenere, atomi che si dissociano e prendono altra forma, spostandosi altrove, ed energia che si dissipa come in una stella che perde luminosità ed è al lumicino, lasciando l’idea che si tratti di uno spreco.

Eppure qualcosa di simile a «non ho tempo da perdere» bisogna pur trovare il coraggio di dire, per sottrarsi a quelle discussioni infinite in cui l’oggetto della conversazione non è ciò di cui si ha da dire, ma quanto gli fa da contorno, come se si stesse a ridefinire ogni volta la grammatica e la sintassi e non sapessimo già cos’è la declinazione di un verbo o la scelta di una perifrasi o la selezione del lemma più appropriato che il vasto vocabolario ci offre; per selezionare le cene in compagnia dalle quali si torna a casa solo con del cibo nello stomaco e non con altro alimento o un film che oltre agli euro sottratti al portafogli e alle ore seduti su una poltrona sgranocchiando pop corn lasci qualcosa, non importa se appaga solo gli occhi o anche la mente o questa al posto dei primi.

Litigare, battibeccare, punzecchiarsi, ripetere luoghi comuni e citare le stupidaggini che dicono al telegiornale, far da megafono al chiacchiericcio vomitato su Facebook, indignarsi senza guardare il proprio orifizio atto all’evacuazione, ovvero sentirsi furbi per aver racimolato qualcosa in nero evadendo il fisco e proporre la ghigliottina per i corrotti seduti su uno scranno ai quali spetta il carcere come a chiunque delinqua, ecco a me questo sembra perdere tempo, come se non ne avessi altro a disposizione e fossi costretto a risparmiare per non far bancarotta ed andare a rotoli.

Ho provato a dire quella frase che non mi piace, «non ho tempo da perdere», in altro modo a un’altra persona, ovvero «non ho tempo», per spiegare che ero di corsa, che mi arrabattavo, che le tentavo tutte per cercar qualcosa da cui trarre di che vivere e che non avevo un altro istante, un altro minuto, un’altra ora, un altro giorno, un’altra settimana, un altro mese, un altro anno per farlo, ma dovevo farlo adesso, al momento, «now» direbbe un inglese, «nunc» un latino.

Aggiungendo a quella confessione, a quell’ammissione di debolezza e vulnerabilità, che, oltre al tempo, non avevo anche «fiato», perché le malattie indeboliscono, pure i farmaci per curarle, i medici che le prescrivono in parte anche, aver fumato e continuare a farlo addirittura in maniera demenziale, per non dire del non aver coltivato fino a farlo diventare un istinto la dilatazione del diaframma e un riempimento d’aria nei polmoni che allarghi la cassa toracica anziché premere sulle viscere liberando così anche la mente fosse anche solo per il maggior apporto d’ossigeno al cervello.

Ma sembra che dirle le cose a volte non basti, sia necessario gridarle, inventarsi una recita enfatizzante che Carmelo Bene, Totò, Gassman ci dovrebbero aver ben insegnato come fare e il mio mestiere di far titoli in prima pagina anche.

Se scrivo tutto questo non è per lamentarmi, per esporre un malumore, per dispensare patenti di sciocchezza e superficialità o egoismo, per scaraventare disagio su chi legge alleggerendo chi scrive, ma è per aggiungere un altro tassello alla ricerca di modi diversi di condurre le nostre esistenze distratte dalla consuetudine, un’alternativa alla coazione a ripetere che è distruttiva e fa perdere tempo.

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