Di moda senza tempo

Alle elementari

Di moda capisco poco. Ci sono foto che mi ritraggono bambino con le Clark o con quelle scarpe basse che hanno la suola di carrarmato: tipo le Paraboot, ma fatte da Scarpa a Treviso. Le portavo allora, le porto ancora adesso e ho delle giacche di tweed e di velluto, dei golf di lambswool, cachemire, cammello che portano sulle spalle decenni, diversi decenni, senza mostrare cenni di voler andare in pensione.

Non dico di non essere stato e non essere attento al mio “look”, alla mia immagine, a come appaio, ma sono disattento, anzi indispettito dal frullare dei modelli, dall’arzigogolare degli stili, dal tentativo forzato di trovare sempre qualcosa di nuovo e di choccante, di bizzarro ed estroverso, perché penso che la creatività non sia solo trasgressione, rottura degli schemi, esagerazione, ma anche riflessione, elaborazione di quanto già è stato mirabilmente messo a punto, capacità di conservare ed andare oltre. Vale in letteratura, nell’arte, nella musica, non vedo perché non dovrebbe valere nell’abbigliamento.

Collego l’esplosione dell’esasperazione della moda, il predominio del marchio sulla qualità del tessuto o della fattura con l’incamminamento del mondo su una strada che non è quella che avrei voluto prendesse: mercato, finanza, solo denaro, nient’altri valori, uniformazione anche con lo specchietto della multiformità.

Ma non posso non cogliere qualcosa di buono in un comunicato stampa che mi è stato mandato da una ditta di moda umbra che si è inventata qualcosa di nuovo servendosi di qualcosa di molto vecchio e che nel dizionario di cui si avvale per promuoversi impiega parole a me care, come qualità, naturale, storico, artistico.

È una ditta giovane, da poco nata – nel 2015 – è di Spoleto e si chiama Vodivì, produce borse ed accessori in pelle per donna e uomo, e per presentarsi scrive: «Fine dell’azienda è quello di creare prodotti che superino il concetto di stagionalità e che vadano al di là del trend del momento».

Insomma, una moda non moda. Intendo dire gusto o tendenza, ma non vortice o girandola. Indipendentemente dal fatto che piaccia o non piaccia ciò che producono. E poi dicono di farlo coinvolgendo nella filiera produttiva gli artigiani locali, quindi la loro esperienza, la perizia, la tradizione. Ed anche uno scrupolo verso l’ambiente, perché la pelle utilizzata, scrivono, «è conciata al vegetale, quindi con un ridotto impatto ambientale» ed il metallo impiegato «è nickel free».

Ma c’è di più. Se Louis Vuitton caratterizza le proprie borse con la ripetizione ossessiva di LV e Gucci con le due G, quelli di Vodivì hanno deciso di farlo servendosi di elementi immutabili che trasformino i loro prodotti in «oggetti “senza tempo”»: le opere d’arte.

La Reggia di Caserta

Il primo capolavoro “esposto” o “messo in vetrina”, cioè impresso con uno stampo a rilievo sul dorso esterno di nove articoli ed impreziosito da uno sbaffo d’oro, è la facciata della Reggia di Caserta (www.reggiadicaserta.beniculturali.it), un capolavoro di architettura che niente ha da invidiare al Castello di Schönbrunn nei pressi di Vienna o a quello di Versailles fuori Parigi, e di cui da poco Mauro Felicori – militante come me in gioventù nella Fgci e cordialissimo ed efficiente portavoce del sindaco di Bologna Walter Vitali proprio negli anni in cui ho diretto le cronache emiliane de l’Unità, ma soprattutto competente e deciso manager culturale – è direttore, avendo accettato la sfida di salvare e promuovere non solo quel gioiello, ma di usarlo come cardine per rilanciare l’economia della città campana e far venire fuori il meglio di quel che c’è in una regione per mille ragioni schiava o subordinata o succube della criminalità organizzata.

Versailles

Mauro Felicori

Felicori, ma mi verrebbe da chiamarlo Mauro data l’antica frequentazione, ha con piglio deciso di far bene il suo mestiere pretendendo che chiunque lavora lì con lui faccia altrettanto e si inventa di tutto perché appunto quel patrimonio non vada in rovina trascinando con sé nel baratro chi vive lì intorno. Chi ha voglia legga questa intervista che ha rilasciato al Venerdì di Repubblica.

Schonbrun

E tra le varie iniziative che ha messo in cantiere per promuovere quel palazzo e il parco che lo circonda c’è anche la concessione alla Vodivì dell’utilizzo dell’immagine e, di più, l’offerta di un pacchetto turistico agevolato a Caserta per chi compra uno di quei nove accessori di moda, dal cui ricavato una parte sarà destinata al restauro delle sedie del foyer della Reggia.

Pianta della Reggia di Caserta

Un circolo virtuoso che la Vodivì conta di alimentare servendosi per la promozione e la vendita di una piattaforma telematica famosa del mondo, la kickstarter.com, specializzata nel crowfounding, il finanziamento collettivo, che è uno di quei sistemi poco capitalisti di stare nel capitalismo.

La Vodivì dice, e non ho motivo di non crederle, che anche altri importanti musei italiani sarebbero interessati a questo «concetto di moda senza tempo»: per esempio il polo museale dell’Umbria e il Palazzo Reale di Genova. Agli Uffizi a Firenze è da poco arrivato un altro direttore che si dice essere pragmatico e volitivo: Eike Schmidt. Chissà se anche lui si getterà in questa bella follia.

Il Museion di Bolzano

E chissà se quelli di Vodivì prenderanno in considerazione – per le loro tracolle, trousse, zainetti – il Museo della macchina da scrivere vicino a Merano (Lassù a Parcines), il Museion di Bolzano (Scoprire talenti e memorizzare), il Museo archeologico dell’Alto Adige (La lezione di Ötzi) il MAST di Bologna (Una visita al Mast) il Pecci di Prato (Gli articoli sulla fine del mondo) dov’è in corso una bellissima mostra sulla fine del mondo, dei quali ho scritto nei rispettivi articoli riportati tra parentesi. Sarebbe una cosa molto intelligente, perché il patrimonio culturale di cui dispone questo paese, dove si parla la lingua in cui sto scrivendo, è assai più vasto delle icone per mezzo delle quali siamo noti in tutto il mondo e sono convinto che valorizzando o anche solo rivelando anche quanto non è noto e famoso ci sarebbe un effetto a cascata o, come suol dirsi, un effetto domino: per produrre il quale servono delle TESSERE.

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