Dell’insulto alla miseria

Poche cose mi indignano – anzi, mi irritano, e spiegherò poi la differenza – quanto l’insulto alla miseria, lo spregio alla povertà, l’offesa dell’indigenza. Poche quanto lo sperpero dinanzi alla mancanza del necessario, l’ignavia e l’irresponsabilità nei riguardi dei propri beni e della loro potenziale capacità di moltiplicare ricchezza, accrescerla e, per questa via, possibilmente condividerla, spartirla, redistribuirla. Indignazione e irritazione che si dilatano se quegli sprechi e quelle dissipazioni, se quel cicaleggiare, provengono da chi ha fatto vanto di libertarismo e fede alla rivoluzione ed ancor più da chi stigmatizza i comportamenti altrui capaci di provocar sofferenza.

Mi indignano e mi irritano tali comportamenti forse solo meno della sopraffazione verso chi patisce un handicap, è, per ragioni fisiche o mentali, in difficoltà a condurre pienamente una vita come fanno molti altri, la maggior parte. O del sopruso nei confronti del più debole, il bambino, l’anziano, il diseredato.

Dico che, più che indignarmi, mi irritano, perché da essi non scaturisce solo una sorta di condanna morale, ma un irrefrenabile desiderio di ribellione, la voglia di contrappormi e battermi perché quello scempio abbia fine, si intraprenda una strada diversa e si tenti un’altra china. Consapevolmente scelta o forzatamente imposta, perché si è liberi di comportarsi come meglio si crede, ma non di sopraffare gli altri e, pel tramite del proprio comportamento, condannarli ancora alla minorità, all’ignominia, oltre che all’insulto della riprovazione.

Per cui biasimo l’ex amico che, contando forse su tutto il resto, il suo casolare in campagna lascia all’abbandono e al disfacimento causato dalle intemperie; o chi, possedendo un appartamento nobiliare, se ne serve quasi fosse un monolocale; o ancora chi fa marcire inutilizzato il fondo di proprietà, in attesa di migliori condizioni del mercato immobiliare; o chi getta alle ortiche il proprio talento accontentandosi di quanto garantisce il tran tran e la consuetudine.

Non ho possibilità di ribellarmi, nella pratica, ma sappia chi agisce in questo modo di non essere indenne dalla protesta e che se capiterà, mi opporrò, con tutte le mie forze che, anche senza forza, non sono inerti e indolori.

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