Io non sono contrario alle “ronde”

Io non sono contrario alle “ronde”, a quel proporsi dei cittadini “uniti” per farsi carico di un problema della collettività, cui lo Stato, che quella collettività è tenuto a proteggere, da solo non è pienamente in grado di farsi carico e risolvere.

Non sono contrario alle “ronde” purché svolgano la loro attività in stretto contatto con le forze dell’ordine preposte a garantire quella sicurezza, anzi lo facciano sotto la loro egida, il loro controllo, la loro supervisione, per così dire “prendendo ordini” da chi indossa la divisa.

Purché svolgano la loro attività nel rispetto delle leggi che tutti insieme ci siamo dati, senza sovrapporre valori che allo Stato non appartengono, esulano dalle leggi che per proteggerci ci siano dati.

Non sono contrario alle “ronde” così come non sono stato contrario al rimboccarsi le mani che le popolazioni emiliane hanno manifestato dopo essere state colpite dal terremoto che nel 2012 colpì quell’area del Paese, senza attendere che ogni tipo di aiuto giungesse da parte dello Stato, dalla protezione civile prima e dai ministeri economici poi, senza che questo significasse esonerare lo Stato dal fare quel che gli competeva, durante la tragedia e dopo.

Non lo sono come non sono contrario a quanto gli “angeli del fango” hanno fatto dopo l’alluvione di Firenze del 1966, e vorrei che lo stesso spirito animasse chi abita vicino a un centro di accoglienza per immigrati, manifestando solidarietà attiva che nulla deve togliere al compito dello Stato di garantire ospitalità, valutare liceità, respingere abusi.

Non lo sono come prima ancora non ero contrario a quegli anziani signori, avevano l’età che io ho ora, che all’uscita di scuola ci facevano attraversare la strada muniti delle paletta dei Vigili urbani per far sì che le auto di passaggio, per quanto ci fossero le strisce pedonali, non ci investissero.

Né, avendo imparato da loro, quando m’è capitato di spegnere un incendio in attesa che giungessero i Vigili del fuoco, che a me continua a piacere chiamare Pompieri, come quando sognavo di fare da grande di fare il loro mestiere; o come quando mi sono improvvisato infermiere, o forse medico, anche un po’ piscologo, soccorrendo un ferito in strada.

Credo sia dovere dei Comuni spalare la neve sui marciapiedi delle strade, considerata la compartecipazione del cittadino alla spesa pubblica mirata anche a garantire tali servizi, ma non ci trovo niente di male, anzi lo trovo ovvio, che dinanzi al portone di casa propria siano proprietari o condomini a farsi carico di questa incombenza compiendo la quale si dà solo segno di capacità di vivere civilmente in un consesso.

Sulle spiagge ci sono e ci devono essere i bagnini. Per soccorrere chi è vittima di un incidente ci sono e devono esserci i medici ed i vigili del fuoco. Alla Polizia, o a chi per essa, è riservato il compito di sedare una rissa od impedire per quanto è possibile uno stupro. Ma tutto ciò non esime il singolo cittadino dal prestarsi in tal senso qualora si trovi dinanzi a un simile frangente senza che si possa, sull’istante, contare su chi è preposto.

Parimenti credo che gruppi di cittadini possano farsi carico di un’area verde abbandonata, o di ravvivare le serate di un quartiere escluso dalla movida cittadina. Credo che essi possano ritenersi appunto cittadini non solo il giorno che vanno ad eleggere il sindaco né quello che vanno all’ufficio postale a ritirare la pensione o alla Asl a pretendere il prelievo del sangue.

Che una lunga storia di dissuasione alla partecipazione popolare, a cominciare dal silenzio assoluto nel quale a scuola è stata relegata l’educazione civica, abbia instillato una lontananza totale da un siffatto senso di condivisione del destino comune, o, peggio, in qualche caso, abbia indotto a credere in illiberali scorciatoie come quelle delle ronde preposte alla tutela del piccolo clan, in dispregio di quanto la collettività ha sancito come legge uguale per tutti e perciò da tutti meritevole di essere rispettata, non può impedire la riconquista dei valori base della convivenza pacifica, senza i quali – senza scomodare Thoma Hobbes e i padri della democrazia, del rispetto e della tolleranza – si sarebbe dinanzi alla  guerra di tutti contro tutti ed alla prevalenza del più forte, del più potente, del più ricco, su tutti gli altri.

Ci si può drogare quanto si vuole obliando questi elementari princìpi, e ridursi a vivere in case blindate da grate inespugnabili più adatte ad un carcere che ad una civile abitazione o illudersi che il libero accesso anche domenicale ai beni di consumo esageratamente esposti in un centro commerciale sia l’indice della nostra ricchezza e del nostro benessere, ma questa cecità non ci preserverà dallo squallore nel quale ci siamo da soli cacciati, ritenendo che tutto ci piova dall’alto come nemmeno ai tempi del Medioevo accadeva, quando il destino era unanimemente affidato alla divinità e non restava che accettare la sorte senza discutere se davvero la Terra girasse intorno al Sole o non avvenisse il contrario come si era ritenuto per secoli, o se davvero un azzardo come poteva essere la Cupola del Brunelleschi stesse realmente in piedi a dispetto delle credenze popolari e dei luoghi comuni.

Certo la colpa la si può facilmente attribuire alla casta che ci governa, e con ciò espiarci da qualunque responsabilità, come se non fosse nostra la cicca gettata dal finestrino dell’auto che ha innescato un odioso incendio o la perdita del posto di lavoro di un collega non ci riguardasse, dovendo alla fin del mese riscuotere l’assegno che nessuno potrà toglierci.

Ma oltre che miope ed ignobile, ciò è deleterio: per se stessi, prima che per gli altri. E tuttavia, nella maggioranza dei casi, di tutto ciò non si vuol aver consapevolezza. Per cui le uniche ronde che si sente dire si vorrebbero in giro per la città, son quelle di tutto punto armate, pronte a cacciare l’ultimo pezzente sopraggiunto su un barcone, fin quando qualcuno su quel barcone non caccerà noi. E ad attenderci, allora, ci sarà una ronda: le SS.

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