Ieri, come ai tempi di Rosa Parks

L'autobus di Rosa Parks

Tornando a casa ieri sera, dopo la presentazione del libro del senatore Vannino Chiti sul futuro della democrazia, in autobus ho assistito a una scena molto simile a quella che il 1º dicembre 1955, a Montgomery, capitale dell’Alabama, patì Rosa Parks.

Forse tutti sanno chi è Rosa Parks. A lei la regista Julie Dash ha dedicato nel 2002 un film intitolato The Rosa Parks Story, interpretato da Angela Bassett e un altro film del 1990 La lunga strada verso casa con Whoopi Goldberg e la regia di Richard Pearce si ispira alla sua storia.

Io ho avuto la fortuna di vedere il mio amico Italo Dall’Orto portare in scena la pièce teatrale L’autobus di Rosa, credo nel 2012, ed è stato emozionante. Un libro illustrato per bambini scritto da Fabrizio Silei e illustrato da Maurizio Quarello, porta questo stesso titolo e lo ha pubblicato la casa editrice Orecchio acerbo in collaborazione con Amnesty International.

A lei pare si ispiri la canzone Blackbird dei Beatles, così come Sister Rosa della band afroamericana Neville Brothers nell’album Yellow Moon del 1989, Rosa Parks della band statunitense OutKast nell’album Aquemini del 1998 e un’altra canzone con il medesimo titolo del gruppo italiano Corimè dall’album La Scelta del 2014.

Ricordarla brevemente, tuttavia, non farà male, soprattutto ai più giovani che magari non la conoscono e vivono certamente in un mondo più “mescolato” di quello in cui è cresciuta la mia generazione, e tuttavia non meno avvelenato dai pregiudizi razziali.

Rosa Parks con Martin Luther King

Rosa Louise McCauley era una donna di 42 anni che quel giorno del 1955 prese anch’essa, come me ieri sera, un autobus per tornare a casa. A Montgomery faceva la sarta, era figlia di genitori metodisti e a 19 anni aveva sposato un uomo, Raymond, da cui aveva preso il cognome Parks. Lui era un militante del movimento per i diritti civili, quelli che si chiedevano perché i figli degli schiavi africani portati con la forza per secoli a fare i lavori umili e pesanti nel continente della libertà, dovessero essere trattati come individui di serie B ed anche peggio. Anch’essa aderisce alla National Association for the Advancement of Colored People (NAACP) e quell’anno aveva iniziato a frequentare un centro educativo per i diritti dei lavoratori e l’uguaglianza razziale, la Highlander Folk School.

Insomma quella sera sale sull’autobus diretto a Cleveland Avenue e va a sedersi nel primo posto dietro alla fila riservata ai bianchi, in una sorta di limbo tra il paradiso e l’inferno dove quella “commistione” era possibile. Tre fermate appena e l’autista le dice di alzarsi, cedere il posto al passeggero bianco appena salito e spostarsi in fondo al pullman, là nel “ghetto”, dove posti liberi non ce ne sono più e non resta che rimanere in piedi, attaccati a quei trespoli.

Rosa resta calma e dice no. In maniera sommessa, educata, senza alterarsi, ma decisa. Le fanno male i piedi. Dice no.

No? Come no? Il conducente ferma allora il veicolo e chiama due poliziotti. Loro l’arrestano. Dire no è condotta impropria, violazione delle norme cittadine che parlano chiaro: i “negri” devono cedere il posto ai bianchi nel settore comune.

Ma ormai Rosa ha detto no, e il suo no, quella notte stessa, diventa il no della comunità afroamericana di Montgomery. Fra di essi c’è un pastore protestante, si chiama Martin Luther King.

Per 381 giorni i mezzi pubblici della città restarono paralizzati. Al 382 la legge che legalizzava la segregazione venne rimossa. Le proteste, intanto, si estesero in altre città americane.

Barack Obama al posto dove Rosa Parks disse no

Il 20 gennaio 2009 un nero, Barack Obama, si è insediato per la prima volta alla Casa Bianca. Erano trascorsi 54 anni da quel no di Rosa Parks e nel frattempo Malcom X era stato ucciso il 21 febbraio 1965 e poi anche Martin Luther King il 4 aprile 1968, e Cassius Clay aveva dato l’esempio che ha dato.

Ma il 20 gennaio 2009, per la prima volta, un nero si è insediato alla Casa Bianca.

***

Ebbene ieri sera, tornando a casa in bus, tranquillamente seduto in fondo al mezzo, sento a un certo punto una voce alzarsi più forte sulle altre. All’inizio sembrava solo maleducazione, ce n’è tanta, quasi tutti salgono da dove si dovrebbe scendere e scendono da dove bisognerebbe salire. Parlare al telefonino per tanti è come fare un comizio senza disporre di un megafono.

All’andata avevo incontrato un uomo che traccheggiava in mezzo al corridoio impedendo a me e agli altri di andare a sedersi nei posti ancora liberi mentre consultava la moglie già seduta che le stava tenendo libero il suo posto su non so cosa riguardo al biglietto. Quando mi è uscito di bocca un sollecito indispettito è andato su tutte le furie e per tutto il tragitto non ha fatto altro che insultarmi parlando ad alta voce con la consorte. Vabbe’…

Al ritorno, però, ho presto realizzato che quella non era maleducazione, era violenza. Un uomo in piedi al centro del bus insultava un africano gesticolando scompostamente tanto da indurre a credere che gli stesse mettendo le mani addosso. Impassibile stava dinanzi a lui la vittima dell’aggressione.

Tutti gli altri imperterriti a spippolare sui propri telefonini, a conversare sullo shopping appena concluso, a guardare fuori dai finestrini il traffico che scorreva.

Mi sono alzato, mi sono diretto verso i due ed ho potuto constatare che l’aggressore era completamente ubriaco. Diceva che i neri come lui li avrebbe cacciati tutti indietro, che si sarebbe servito insieme ai suoi accoliti della violenza per rimandarli nel loro paese e via di seguito altre imbecillità. In vino veritas, ahimé, era sincero e le mani lo rendevano chiaramente evidente.

Per fortuna l’altro non batteva ciglio, lo osservava di tanto in tanto opponendogli solo un sorriso come per non prenderlo sul serio. Confesso d’aver avuto paura. Non di quell’uomo, ma di me, della reazione che avrei potuto avere.

Sono arrivato dove si trovavano i due un istante prima che l’ebbro aggressore si allontanasse verso il conducente dall’altra parte dell’autobus, appena in tempo per frappormi fra i due dando le spalle all’uomo di colore e guardando in faccia l’idiota, anzi no, lo stronzo. Alla fermata successiva è sceso davanti barcollando.

A quel punto ho potuto solo, per fortuna, girarmi verso l’aggredito e chiedergli scusa. A nome di tutti quanti avrei voluto dire: di chi lo stava minacciando, di quanti se ne infischiavano bellamente come un tempo dinanzi ai carri bestiame che portavano gli ebrei ad Auschwitz, delle folli politiche internazionali che costringono uomini come lui a lasciare il loro paese, di me che forse sarei dovuto arrivare qualche istante prima.

È un brutto tempo quello che stiamo vivendo. Il pericolo esiste davvero. La democrazia è in pericolo. E la minaccia non arriva da oltre mare. La minaccia siamo noi.

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