Una frase inappropriata. Mi scuso

Foto di Lucky Daddy

Devo delle scuse a quanti hanno partecipato alla presentazione della mia appassionata biografia di Primo Levi Questo è un uomo, che, per interessamento del mio insostituibile amico Gian Luca Corradi e di Silvia Alessandri, vicedirettrice della Biblioteca Nazionale di Firenze e convinta socia di TESSERE, si è tenuta martedì 30 gennaio alla Biblioteca Nazionale con la partecipazione appunto del suo direttore, Luca Bellingeri, di Renzo Bandinelli, chimico e rappresentante della Comunità ebraica di Firenze, di Maria Cristina Carratù, giornalista di “Repubblica” con cui ho condiviso molti anni fa un bel pezzo della mia carriera professionale quando entrambi seguivamo la politica al Comune di Firenze, ed al professor Massimo Bucciantini, docente all’Università di Siena ed autore di vari bei libri tra cui Esperimento Auschwitz dedicato all’approccio scientifico impiegato da Primo Levi nella sua narrativa e al rapporto fra lo scrittore torinese e Franco Basaglia, l’uomo che vivaddio ha sradicato l’esistenza dei manicomi.

Rispondendo alla domanda di un ospite della presentazione, in malo modo ho espresso un troppo affrettato giudizio riguardo al fascismo che certamente ha fatto fraintendere il mio pensiero, sollevando nel pubblico legittime rimostranze.

Quel che avrei voluto dire, esprimendolo in maniera troppo concisa e senza dar credito ad alcun revisionismo, è che si debba essere parchi nell’impiego della parola “fascista”, a mio giudizio oggi spesso impropriamente abusata, con il rischio che questa superficiale e banale espressione produca a sua volta fascismo in chi la riceve e per sostenere tale tesi ho citato proprio Primo Levi laddove diceva – vado a memoria – che il fascismo inizia proprio dalla violenza sul linguaggio, dal suo imbarbarimento, fenomeno che oggi ha preso dimensioni sproporzionate ed insopportabili, davvero preoccupanti e potenzialmente foriere di un clima idoneo al rifiorire di una dittatura autoritaria, violenta, ingiusta, opprimente quale è stato il fascismo in Italia e nei molti paesi in cui ha riuscito ad imporsi.

Ritengo che giudicare fascista quei gruppi che inneggiano al razzismo, al sopruso di pochi su molti, all’impiego della violenza nella risoluzione dei problemi sociali e politici sia idoneo, e meriti una condanna chiaramente affermata nella Costituzione italiana – il caposaldo del nostro stato di diritto – laddove, nella XII disposizione transitoria e finale, vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista», principio accolto nella legge n. 645 del 20 giugno 1952 (la cosiddetta legge Scelba) che definisce fascista chi – associazione o movimento ed implicitamente l’individuo che vi aderisce o lo sostiene – «persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politico o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista».

Quella legge stigmatizza l’apologia del fascismo sanzionando penalmente, con la reclusione e l’interdizione dai pubblici uffici che è anche privazione del diritto di elettorato o di eleggibilità, non solo chi «promuove od organizza sotto qualsiasi forma la ricostituzione del disciolto partito fascista» e chi vi partecipa, ordinandone lo scioglimento e la confisca dei beni, ma anche chiunque esalti «esponenti, principii, fatti o metodi del fascismo oppure le finalità antidemocratiche proprie del partito fascista» o «con parole, gesti o in qualunque altro modo compie pubblicamente manifestazioni usuali al disciolto partito fascista».

Questo dice la legge nel rispetto della Costituzione e questo ritengo debba essere rispettato – ed anzi sostenuto, difendendola e pretendendone l’applicazione – anche a più di 70 anni dalla fine di quella disastrosa, infame, ingiusta e odiosa esperienza di cui si è macchiata l’Italia nei confronti di quanti, nel paese e fuori di esso, hanno patito violenze, soprusi, torture ed uccisioni perpetrati da quel regime e da quanti lo hanno sostenuto.

Cosa diversa, ho tentato di sostenere esprimendomi certamente in maniera inappropriata, è affibbiare quell’aggettivo a chiunque esprima idee ed opinioni riferibili ad una tradizione culturale di cui si è impossessato il fascismo od anche ad un filone di pensiero che probabilmente ha contribuito a portare a quell’esperienza, ma ne è distante, non è imparentabile. Perciò gli albori di quell’orrore andrebbero visti con occhi diversi, con gli stessi occhi con cui anche menti fervide e acute guardarono ai fermenti fra le due guerre mondiali e all’inizio del Novecento. Certamente ho sbagliato a dire che il fascismo manifesta il suo vero volto nel 1938 con l’applicazione delle leggi razziali, perché già la disumana politica colonialista, lo squadrismo, la soppressione delle libertà iniziano ben prima, ma penso sia obiettivo comprendere di più su cosa abbia invogliato anche strati bassi della popolazione a sostenere quello stravolgimento.

Spero dunque che quanti hanno partecipato a quell’incontro non dubitino su quali siano i miei convincimenti democratici, antirazzisti e decisamente a favore delle libertà e della giustizia sociale.

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