Il ruolo dell’intellettuale nell’era dei social

Mi ha colpito la frase di un impareggiabile amico ultra-attento ai meccanismi della comunicazione (tanto da essersi laureato con una tesi su Watzlawick, se non vado errando) e alle modificazioni che le nuove tecnologie introducono nei comportamenti umani riguardo l’impiego dei social. Discutendo con me e con altri ha notato che «tra tutto il male che molti dicono esserci in questi social c’è il bello di poter concedere al nostro narcisismo autoriale una frammentarietà disimpegnata che si confronta solo con noi stessi senza deludere un amico».

Avevo chiesto a lui e agli altri partecipanti alla conversazione pubblica di adeguare le loro fugaci impressioni sui film che hanno appena visto in recensioni cinematografiche per tessere, di modo che le loro considerazioni ultra-sintetizzate divenissero inviti ragionati per i lettori alla visione o meno di quanto essi hanno appena visto al cinema, trasformando quella che è una competente intuizione in una motivata valutazione.

Proprio per declinare tale invito a nome proprio e degli altri partecipanti, l’impareggiabile amico ha così argomentato e non ho che da dargli ragione, comprendendo in pieno che al termine di una lunga giornata lavorativa e di una vita impegnata e coinvolgente, già tanto è oltrepassare la dimensione dell’aforisma per condividere con chi ha la propria medesima passione i suggerimenti e le considerazioni che si possono fare intorno ad una pellicola cinematografica relegata al week end, in un impegno che comunque va oltre al mettersi le pantofole e allo zapping sul telecomando.

Ma il suo ragionamento mi fa riflettere su quanti, a lungo impegnati in politica o nel giornalismo, affidano oggi solo ai “post” su Facebook le proprie considerazioni e i propri ragionamenti, ma più che altro un chiacchiericcio anche su argomenti seri ed impegnativi, limitando l’esternazione a uno stringato commento, senza addentrarsi in riflessioni vere e proprie, nell’esposizione di un ragionamento compiuto e sostanziato da letture, studi, dati di supporto, citazioni appropriate.

È come se si portassero dietro il bagaglio di acquisizioni accumulate nel tempo, senza ponderarle in un ragionamento compiuto e documentato. In altre parole, sembra, uno spreco di energie intellettuali.

Ora, se questo riguarda in generale i frequentatori dei social, ai quali può essere concesso lo sconto dell’aver finalmente trovato una piattaforma sulla quale mettere in piazza i propri pensamenti, ciò riguarda tuttavia anche chi per professione o storia ha ricoperto in realtà anche il ruolo di intellettuale nel senso messo in luce da Antonio Gramsci illustrando la differenza fra chi si cuoce due uova o rammenda una smagliatura su un maglione da un lato e il cuoco o il sarto dall’altro.

I “maître à penser”, i mandarini veri e propri, anch’essi sembrano preferire la boutade improvvisata, il battibecco, lo sfogo immediato all’argomentazione sistematica, più rarefatta nel tempo ma supportata da analisi e documentazione e compiutamente esposta. La fretta alla ponderazione. Così facendo riducendo la propria autorevolezza al pari di un singulto emotivo del popolino adunato al mercato, del chiacchiericcio registrato al bar sport all’indomani della partita di campionato.

Ha torto l’amico impareggiabile a parlare genericamente di «narcisismo autoriale» se non altro riferendosi a quanti potrebbero, per obiettivi meriti acquisiti sul campo e per competenze testimoniabili, ambire ad una maggior autorevolezza del proprio pensiero, ad una più sistematica esposizione delle proprie competenze.

È come se un bambino o un adolescente che avessero maturato sul campo doti di gioco, rinunciassero all’offerta di una squadra professionale, preferendo la dimensione amatoriale a quella agonistica.

Ha invece ragione l’amico impareggiabile a parlare di «frammentarietà disimpegnata che si confronta solo con noi stessi». Come a dire, senza offesa alcuna, che la masturbazione sta a Facebook come la sessualità completa sta a “Micromega” o a “Doppiozero”, visto che “Rinascita” non c’è più.

A sostegno di quest’impressione l’articolo di Vito Teti Elezioni: gli intellettuali restano in silenzio, e a perderci è l’Italia pubblicato da “Linkiesta” il 27 febbraio scorso, del quale mi colpisce la notazione che gli intellettuali sono in massima parte una categoria ricattata e ricattabile, perciò esposti ad una subordinazione e ad una illiberalità dannose per il ruolo stesso che essi ricoprono, tanto che non c’è da stupirsi della loro sparizione sui grandi temi d’interesse dei più.

Solo chi è in qualche maniera “garantito” sarebbe in condizione di esporsi impiegando l’intelligenza al servizio di se stessa e non a quello del miglior offerente. Ma ciò nonostante, nota l’articolo, la loro assenza si fa sentire. E questo silenzio, a chi scrive, suona come un’inesistenza, non come un paludamento. Che ovviamente è irreale, perché gli intellettuali esistono.

Io noto il loro «narcisismo autoriale», la loro «frammentarietà disimpegnata», la loro preferenza per i social anziché per le assemblee, i cortei, le riviste, i libri. Un misto di pigrizia e rassegnazione, ma anche qualcosa di patologico quasi che il “postare” ed il “commentare” rispondano ad un bisogno compulsivo che altre modalità di soddisfazione non riescono a sedurre.

L’impareggiabile amico, posponendo un bellissimo «No?», concludeva la sua notazione invitandomi ad inaugurare su TESSERE «una colonna periodica “dicunt”», in altre parole una rubrica dedicata ai frammenti intelligenti trovati in rete, una collezione di pensieri desunti da Facebook, una “rassegna stampa” di questo nuovo modo di fare stampa, più aforistico che saggistico, saltabeccante anziché organico. È una bella idea, ci rifletterò, ma se anche dovesse essere resta il problema, che però forse non è tale, della diversa modalità d’approccio all’esposizione del proprio pensiero. Siamo singhiozzanti, episodici, stringati. È solo questione di mancanza di tempo o c’è anche mancanza di essere?

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