Un’altra strada per la presenza

Scuola elementare Giosuè Carducci

Roberto D’Ippolito è il quarto da sinistra, accovacciato in basso. Io quello al suo fianco, ovviamente a sinistra. Litigavamo come matti alle elementari. Lui figlio di un poliziotto, seriamente convinto di far rispettare l’ordine e la disciplina, io di un intellettuale di sinistra. Già allora lui era democristiano ed io comunista. E parlavamo, parlavamo, parlavamo e non ci trovavamo mai d’accordo, e ognuno di noi due aveva sempre qualcosa da ridire, da aggiungere, da precisare per spiegare all’altro quali fossero le proprie ragioni.

La guerra nel Vietnam

La discussione più accesa la ricordo sulla guerra del Vietnam. Io che gli mostravo un opuscolo a cura dell’ufficio stampa e propaganda del Partito comunista italiano con le immagini di quegli orrori, come questa. Lui che tentava, visibilmente affranto, di negarne la veridicità o comunque di spiegare le ragioni che avevano portato a quello scempio.

Non c’era verso di trovarsi d’accordo, ma il rispetto, la voglia di ascoltare, l’affetto e l’amicizia non sono mai venuti meno, allora. Giocavamo con il manganello e la maschera antigas di suo padre e in un nascondino improvvisato dopo aver fatto i compiti nella sua casa in via Stoppani, ho provato i primi brividi di un innamoramento o di un’eccitazione con una ragazzina credo dai capelli rossi di cui ancora conservo l’emozione dinanzi al suo volto e ai suoi trattenuti respiri.

Poi ai tempi del liceo dobbiamo aver fatto qualche riunione e forse qualche manifestazione insieme, perché il Movimento studentesco lambiva anche la gioventù democristiana, di cui a un certo punto Roberto è stato un significativo dirigente. Ma benché fossero gli anni del compromesso storico, i tempi forse non erano ancora maturi.

Emmanuel Mounier

Tempo fa ci siamo rivisti e abbiamo capito che potremmo stare sotto uno stesso tetto, parlando di politica. Forse non abbiamo idee identiche, ma vedo che continuiamo a parlare, portandoci rispetto e standoci ad ascoltare. Qualche giorno fa Roberto mi ha invitato a dirgli cosa ne pensassi di un’intervista al filosofo Emmanuel Mounier, pubblicata il 1 giugno 1949 su Cronache sociali, che l’Avvenire ha riproposto domenica scorsa, 27 giugno 2020 (allego il pdf in fondo all’articolo).

L’ho letta, ho chiesto a Roberto se gli andava bene che lo facessi pubblicamente, ed avuto l’assenso, mi accingo a dire la mia. Mi sono imbattuto in Mounier nei miei studi sul pensiero apocalittico che avrebbero dovuto dar corpo a una tesi mastodontica rimasta incompiuta nel mio cassetto. Non l’ho mai letto direttamente, ma seguendo libri di storia di filosofia mi sono avvicinato, vedendone anche i limiti, in questo come in altri pensatori di ispirazione cattolica.

L’intervista ha, nelle prime righe, un punto molto interessante e direi di grande attualità, quando Mounier, riflettendo sulla “gioventù intellettuale”, individua tre categorie appartenenti ad essa, fatta salva una quarta che lui chiama «l’internazionale degli indifferenti e dei realisti, di quelli per i quali l’optimum del successo individuale è il solo significato della commedia della vita».  Le tre categorie sono i gratuiti, gli stoici e i credenti. Fra gli stoici Mounier annovera Sartre e gli esistenzialisti, eccezion fatta per quelli cristiani, cui l’esistenzialismo toglie peso al loro cristianesimo, mentre il cristianesimo dà molti pesi al loro esistenzialismo. Per Mounier i seguaci di Sartre non sono tanto dei “demoralizzatori”, quanto è che «la loro filosofia senza seperanza demoralizza (…) mina tutti i sostegni tradizonali della vita morale».

Fra i credenti il filosofo francese annovera il comunista e il cristiano, in quanto credenti, in quanto rappresentano «la speranza degli uomini», e perciò su questa strada possono trovare spazi comuni e condivisioni che portino a una liberazione dell’umanità e una ricucitura di quel «punto a partire dal quale Marx e Kierkegaard si son divisi, rompendo nella sua chiave di volta la rivoluzione socratica del XIX secolo». E infatti Mounier auspica «la rinascita, al loro posto tradizionale, di altre famiglie umanistiche».

La mia opinione è che Mounier – ma bisogna ribadire che l’intervista è del 1949, altro secolo, altro millennio – sottovaluti, o meglio, secondo un impostazione eurocentristica assai diffusa all’epoca, ignori del tutto l’esistenza di altri credenti e speranzosi, per lo più provenienti dall’Oriente e dal Terzo mondo, che nella seconda metà del Novecento e in questo primo squarcio di nuovo millennio han ben fatto sentire la loro voce.

Ma il punto che più mi interessa è quello relativo al gruppo dei “gratuiti”: «Ci si libera un po’ troppo presto dei primi dicendo che essi scelgono l’evasione, la fuga. Non si mette in luce che l’aspetto più superficiale di questo gruppo (…)». Mounier rileva che dopo il 1930 «intellettuali, scrittori e artisti si sono accorti di una certa frattura fra le loro attività e i grandi drammi del mondo» e che i vari inviti all’impegno hanno finito per rimanere «un tema verbale senza effetti pratici, e d’altro canto ha fornito il pretesto a irregimentazioni in cui l’intellettuale abdicava ogni dignità. È in reazione a questo abuso che le nuove generazioni sentono talvolta il bisogno di ritrovare il mondo dell’arte pura, del pensiero disinteressato, della letteratura senza arrières pensées».

Ecco, qui mi sembra che Mounier lasci davvero un segno, uno scoglio a cui ancor oggi,a tanti anni di distanza e in un contesto completamente diverso, potersi appigliare. Così come dove specifica la sua critica all’idea di progresso specificando che non è solo una reazione di difesa contro il mondo moderno, ma un “ottimismo tragico” – traslando il “pessimismo attivo” di de Rougemont: «L’umanità ha un senso e progredisce: l’idea del progresso è un’idea cristiana; ma essa non progredisce come una fiaba di fate; il fallimento è spesso la sua caratteristica a breve scadenza, per potere, a lunga scadenza, riuscire. Noi non troveremo salvezza, in ogni caso, in ritorni nostalgici e in miti di ricostruzione, ma nella presenza in questo mondo come è, nella invenzione del mondo dal volto rinnovato come deve essere. Le cose eterne trovano da sole la loro eternità: preoccupiamoci di assicurare la loro presenza».

Ecco, quest’ultima parola, evidenziata due volte in corsivo nell’intervista, mi rende gradevole un autore che nei miei studi universitari puzzava un po’ di incenso, medioevo e soffitti a volta.

Avvenire_Mournier

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2 Responses to “Un’altra strada per la presenza”

  1. roberto scrive:

    Sì, condivido, c’è bisogno ora, come sempre, del pensiero disinteressato. Complimenti per quello che hai scritto. R

  2. Daniele Pugliese scrive:

    Caro Roberto, il pensiero disinteressato è un bene in via d’estinzione. L’interesse, inteso come plusvalore, tornaconto, per nulla non si fa nulla, me la dai o scendi, segretarie che diventano ministre, e via e via, è invece un bene su cui merita investire in borsa o dove si fanno scommesse sportive. Risultato: le sinapsi ne risentono. Ma non disperiamo: non è ancora stato presentato un Ddl sulla lobotomia.

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