Mani giunte

Plum Village

A Plum Village, da Thich Nath Hahn, fra le altre cose si impara a stare in cerchio in un certo numero di persone e a conversare o fare silenzio con una forma di rispetto che, se l’apprendessimo tutti quanti, non solo ci consentirebbe di stare assai meglio tutti quanti, ma rendere il nostro tempo assai più proficuo, meno dispersivo, finalizzato appunto a star meglio, ad arricchirsi dentro, non a reiterare comportamenti e abitudini che abbiamo appreso e di cui non riusciamo a liberarci.

Durante il ritiro spirituale, ci sono dei momenti in cui ogni gruppo in cui è suddivisa la comunità, si ritrova per lo più sotto l’albero con il nome del quale è stato definito quel gruppo, generalmente accomunato dalla lingua di appartenenza per render più semplice la conversazione, in compagnia di un monaco che un po’ guida o, almeno, fornisce le istruzioni rudimentali.

Thich Nath Hanh

Tra queste quella in base alla quale chi vuol chiedere la parola giunge le mani dinanzi al naso, sollevandole verso il volto e chinando il capo in una sorta di accennato inchino e al termine del suo gesto gli altri partecipanti del gruppo, se intenzionati a dargli la parola, fanno altrettanto, in genere tutti insieme, e allora solo a quel punto chi ha chiesto di essere ascoltato può iniziare a parlare.

Può farlo per tutto il tempo che vuole, anche se viene invitato a non abusare della disponibilità altrui, e, soprattutto, può farlo su quello che vuole. Decide lui qual è l’argomento di cui intende trattare. Gli altri stanno ad ascoltarlo, compresi i suoi silenzi, le pause di riflessione, i momenti di concentrazione, fintanto che, ripetendo lo stesso gesto di unire le mani e avanzare col busto verso gli ascoltatori, non dichiara di aver terminato e di non aver altro da aggiungere.

Gli astanti accolgono l’intero discorso e le eventuali conclusioni che ad esso son state date, anche gli interrogativi che possono essere stati posti, e lo ringraziano per le sue parole ripetendo anch’essi, tutti insieme, lo stesso garbato gesto. Ci si guarda un po’ intorno per comprendere se qualcuno accenna a prendere a sua volta la parola, e chi intende farlo ossequia la convenzione ripetendo il gesto e attendendo la conferma data con il medesimo rituale.

Come si è detto si è liberi di dir ciò che si vuole, non necessariamente replicando alle affermazioni udite o rispondendo agli interrogativi posti. Si può parlare di tutt’altro, ignorando del tutto quanto si è appena ascoltato. Se ne ha facoltà, ed è perciò possibile, ma mi è sembrato raro, che, come si suol dire, ognuno balli con sua nonna e l’intera conversazione sia la somma di tanti pensieri quanti sono coloro che hanno preso la parola. Su ognuno dei quali ogni singolo può riflettere e meditare, scoprendo una ricchezza che, magari, la replica avrebbe solo immiserito.

Mi è capitato di suggerire in situazioni di non facile confronto dialettico – ma fra persone motivate a esporsi, a narrar la propria sofferenza, a cercare nelle parole degli altri risposte ai propri smarrimenti –, l’assunzione di tale metodo, dimostrando in rapidissimo tempo che, come ho sostenuto prima, questi scrupoli e queste attenzioni, possono aiutare a star meglio e a rendere più proficuo un confronto altrimenti destinato ben presto a divenire una sovrapposizione di voci. Senza binari di questa natura, la conversazione facilmente approda a un crescendo di individualità, di sordi che si sovrastano, di testimonianze che risultano scollegate e improduttive.

L’assunzione di una tale metodologia, o se si preferisce l’accoglienza di un modo diverso di essere ed essere tra gli altri, né sopra né sotto e parimenti legittimati ad esser quel che si è, sarebbe assai proficua se venisse applicata ad ambiti di confronto meno personali e più sociali. Penso, per esempio, sui luoghi di lavoro o a una assemblea condominiale, il peggio del peggio di una adunata umana in un medesimo consesso.

Ci si accorgerebbe ben presto, anche nelle relazioni più avvinghiate e per ciò più difficili da dipanarsi, che si farebbe la tara a tutto quel che è superfluo, a quel metalinguaggio che, come ho scritto altrove, finisce per depotenziare l’enorme ricchezza del nostro verbo e le magiche doti della parola.

Seguendo alcuni scambi di opinioni su Facebook, ci si rende facilmente conto di come sia viziato il nostro modo di conversare, perché è facile che chi interviene non entri nel merito di ciò che è stato detto e, legittimamente, prenda una strada che è tutta sua, che risponde ai suoi personali bisogni e cerca risposte a domande non meno decorose di quelle che son state formulate. Il che non è grave, perché come ho detto, una volta accordata la parola giungendo le mani dopo il congiungimento delle proprie, ognuno è libero di dire quello che vuole. Ma lì non c’è l’obbligo di replicare alla replica e il proprio volo pindarico non è meno dignitoso di quello altrui. Né ci sono risentimenti per il vuoto nel quale possono cadere le proprie parole.

Non voglio suggerire una migrazione in massa nel villaggio del monaco vietnamita, nè sostenere che solo lì si possa trovare la strada non solo per una conversazione più gratificante e remunerativa, ma anche per una logica più stringente, per una convivenza più serena. Ma a quella o a analoghi o differenti ma altrettanto rivoluzionari approcci, bisognerà pur porre, prima o poi, la propria attenzione.

Tags: ,

Leave a Reply