Fermare la guerra

Un'immagine della guerra del Golfo

Poco dopo lo scoppio della Guerra del golfo, gli psicologi infantili si resero conto che nel mondo occidentale, non là dove i bimbi venivano martoriati dalle scie incandescenti delle bombe intelligenti, i bambini stavano soffrendo un’inquietudine connessa alle scene di sterminio che avevano visto in televisione. Quell’orrore riverberava nei loro disegni e i fiorellini, le casette, mamma e papà, il laghetto, le nuvole in cielo lasciavano il posto ad esplosioni, altre nubi ma queste deflagranti, sangue, cadaveri, sensori che scrutano nel buio a caccia di un deposito forse inesistente sul quale lanciare un caccia che colpisca a bassa quota e constati che quello è davvero un deposito, magari di corpi.

Abbiamo protestato in molti per quella guerra, anche se l’anti-arabismo, o anti-islamismo, variabile affatto distante dal moderno antisemitismo o antiebraismo, ha costretto pochi di noi a prender distanze, a tenersi fuori, a reclamare la ragione, a indignarsi come abbiamo fatto quando abbiamo visto bruciare bandiere con la stella di David e contemporaneamente innalzare quelle della Jihad, o fischiare quelle statunitensi all’indomani dell’11 settembre.

Le fedeltà inossidabili e non sempre sottoposte al discernimento critico, all’interrogativo e al dubbio, sono l’alimento del pregiudizio, qualunque sia il nome magnifico che a questo si voglia affibbiare.

Ma è su quei disegni dei bambini che mi volevo soffermare. Con un po’ più d’attenzione, presumo, non avremmo dovuto attendere la pur meritoria analisi degli psicologi infantili e accorgerci in anticipo che quell’ansia che ci incollò ai televisori per seguire a debita distanza ma così da vicino quello sterminio asettico e irridescente, quei videogiochi costati molte migliaia di morti, si sarebbe dispersa nell’ambiente e avrebbe inquinato senza conoscere frontiere, come il fetore levatosi in cielo a Baghdad e spinto lontano dai venti.

Perdonati per tale disattenzione, avremmo potuto equipaggiarci per il tempo a venire e tener lontani dagli schermi i piccoli durante i conflitti e le violenze che a quella guerra hanno fatto seguito, ma imperterrito il telecomando ha premuto il bottone sulla cloche del caccia di casa portando a tavola sterminio, deflagrazione, morte, violenza.

Forse nessuno avrebbe potuto far qualcosa per impedire quella guerra o quelle che l’hanno sorpassata, ma non possiamo dar la colpa agli iracheni o ai marines per le immagini trasmesse sui televisori di casa nostra, della cui accensione siamo responsabili solo noi. Esiste poi una cosa che si chiama spiegare, un modo per dar senso alle cose, per assegnarle il loro posto, per far sì che non abbiano più spazio di quello che devono avere o che gli si vuol dare. In fondo anche le fiabe son piene di orchi cattivi e uomini neri, ma se si trema dinanzi a un nordafricano, anche il cane se ne accorge.

Io credo che abbiano ragione quelli come Thich Nath Hanh che dicono che la pace è possibile se prima la si trova dentro se stessi e penso che la frase di Vegezio “Si vis pacem para bellum” possa essere riscritta “Si vis pacem, para pacem”.

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