Due punti interrogativi

Che cosa dovrebbe fare un cervello sollecitato da una domanda? La risposta più semplice e ovvia è: pensare alla risposta. Alla migliore delle risposte, quella più pertinente, sincera, obiettiva, argomentata. Quella cioè capace di arricchire il dialogo di cui sta facendo parte.

In genere avviene così e si deve riconoscere che spesso, forse troppo spesso, le parole che si spiccicano dopo un punto interrogativo sono, purtroppo, le prime che vengono in mente, pressati un po’ dal silenzio che rischia di intercorrere tra i due conversanti e che potrebbe essere letto dal richiedente come un’esitazione, un’incertezza e, perciò, nascondente la peggiore delle risposte possibili, quella più scongiurabile.

L’attesa, invece, sarebbe, o potrebbe essere, solo indice di riflessione, di soppesamento delle parole, di ricerca della frase più appropèriata e pertinente, cioè di un riconoscimento implicito di serietà alla domanda posta mediante una risposta altrettanto seriamente fornita.

Bisogna dire, però, che spesso, dinanzi a una domanda, più che a pensare alla risposta da dare, non sarebbe sciocco farsi un’altra  domanda e chiedersi perché l’interrogante ce l’ha fatta. Dopo la risposta a questa seconda domanda, anche quella alla prima sarebbe più consona e pertinente. Il fatto è che non c’è tempo, e allora forse lo si dovrebbe chiedere, fare una sorta di time break o time out, introdurre un livello metalinguistico in un contesto linguistico. Aprire insomma un rivolo che andrebbe però poi ricondotto nell’alveo del fiume dal quale ha preso le mosse, come una semplice, temporanea deviazione.

Ammesso che questa pausa non sia possibile, sarebbe tuttavia saggio non accantonare la domanda sulla domanda e cercare, anche in un secondo momento, terminata la conversazione, di trovarvi una risposta.

Le riflessioni che possono essere fatte su una domanda posta possono essere innumerevoli e sarebbe utile che qualche psicologo ce ne fornisse un elenco. Qui mi vorrei limitare a un aspetto, al dirsi cioè, più che interrogarsi, che se uno una certa domanda l’ha fatta a te, sarebbe logico e naturale che tu potessi fargliela a lui, invertendo solo chi interroga e chi è interrogato.

Se per esempio dovesse capitare che qualcuno chieda «A cosa ti servo?», sarebbe lungimirante chiedersi, dal momento che vi fa quella domanda, cosa si muova nella sua testa relativamente al fatto di chiederci a cosa gli serviamo. Il parametro di interesse di quella persona è evidente che se è quello della sua utilità a un nostro fine, contemporaneamente è quello dell’utilità nostra a un proprio fine, non necessariamente un bieco fine utilitaristico e farisaico, ma senz’altro un fine subordinato a una logica “usante”.

La risposta più pertinente, dunque, a quella domanda, potrebbe allora essere: «A svelare la strumentalità della tua mente». La conversazione potrebbe andare avanti o fermarsi lì. Ma sarebbe più realistica.

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