Energia imprigionata

Se è vero – ed è vero – quello che ho scritto in Pro/fumo, se ne può trarre almeno una conclusione. Che bisogno abbiamo delle persone se un odore, una frase, una parola, un ricordo, possono evocarcele così violentemente, così tangibilmente, così vivamente?

Dentro la materia

Insisto nell’essere un materialista, il quale non crede che il mondo sia frutto di una nostra fantasia e che, invece, le pere caschino davvero dai peri così come i ruscelli scorrono tra i monti, e tutto ciò sia fisica, atomi, molecole, sostanza.

Ma son certo che ci sfugga ancora pienamente il concetto di energia, che conosciamo benissimo perché sappiamo come si illuminano le lampadine o perché in un mulino l’acqua o il vento facciano girare una ruota, eppure non ne abbiamo appreso interamente la portata, il senso, anche qui, la sostanza, o se si preferisce l’essenza.

Non riusciamo a capacitarci di cosa siano questi flussi, cosa li emetta e fin dove essi possano arrivare, quali barriere oltrepassino, quali ostacoli superino. Quale sia la loro portata e le stesse loro dimensioni, l’unità di misura che possa conteggiarli.

Ne percepiamo l’esistenza e siamo costretti a riconoscerla, senza riuscire a darvi un nome esatto, una definizione soddisfacente, se non quelle preziosissime che le scienze matematiche e fisiche ci hanno regalato e dalle quali probabilmente giungeremo a capo del mistero. O meglio – perché non si tratta solo di capire, è a viverla questa energia che dobbiamo imparare –, da quelle cognizioni probabilmente potremo accedere a una prassi, a un’esperienza, a una condizione. Un essere diverso, no, non diverso, solo più ampio, con un ventaglio di possibilità maggiori. Neanche più completo, solo più sviluppato.

Ma per tornare alla domanda iniziale, si può ipotizzare che stia proprio in questo esperire la presenza di un’assenza che consista il primo passo per ampliare i propri orizzonti, per sentire interamente il limite fisico della propria esistenza e altrettanto interamente le potenzialità dell’esistenza più ampia di cui facciamo parte, un misero fiore o l’immenso cosmo.

Niente di sovrumano, di teologico, di redimente, di salvifico, di proiettabile in un domani migliore. Solo un’appartenenza, una discendenza, un destino comune.

Faremo a meno di quel bacio, di quella carezza, dei dialoghi che avremmo potuto intavolare o della vita che avremmo potuto proseguire insieme, della vecchiaia comune che ci eravamo promessi e di cui ti ho privato, del fatto che io sia io e non un altro, come se ogni cosa riposasse in noi, fosse già stata vissuta o attendesse di librare le sue ali e incontrare il cielo, nel quale si perde un rivolo di fumo profumato scaturito da un piccolo incenso.

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