Alfredo Reichlin

Il direttore dell’unità

22 marzo 2017

Alfredo Reichlin disegnato da Tullio Pericoli per "Repubblica"

Devo innanzitutto delle scuse ai miei lettori per la prolungata assenza da questo blog: è dovuta agli impegni che ho preso per far nascere TESSERE – l’associazione, casa editrice e rivista culturale di cui avevo dato conto nel penultimo post del 14 gennaio scorso – e per dar vita ad un’altra associazione, Sotto la Mole, che tenta di salvaguardare la memoria della stampa nata per iniziativa del Partito comunista italiano, alla quale avevo fatto accenno in un articolo del 25 novembre 2016 intitolato La tela di Vittorio per ricordare Sermonti e il suo rapporto con l’Unità (che peccato non disporre di link in rete a cui collegare questo prestigioso nome!), iniziato per volontà di Alfredo Reichlin, il due volte direttore del giornale fondato da Antonio Gramsci: dal 16 gennaio 1957, prima che io nascessi, al 9 marzo 1962, e poi dal 14 maggio 1977 al 5 ottobre 1981; e poi ancora direttore di Rinascita dal 1975 al 1977.

Reichlin è morto la notte scorsa, ed è stato proprio lui a firmare la lettera di assunzione con cui ho potuto realizzare il mio sogno giovanile rimasto immutato finora e, a questo punto, credo fin che campo: fare il giornalista proprio in quel giornale o, in alternativa, a Rinascita.

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La tela di Vittorio

25 novembre 2016

Vittorio Sermonti

Vittorio Sermonti, l’intellettuale noto soprattutto per le sue letture dantesche, morto qualche giorno fa a 87 anni, ha collaborato con l’Unità tra il 1979 e il 1982, nei primi anni in cui io ho iniziato a lavorare in quel giornale dove avrei voluto terminare la mia carriera giornalistica.

A portarlo in redazione fu Alfredo Reichlin, un uomo che continua a pensare, malgrado l’età, anzi forse proprio per l’età, con grande lucidità cercando di spiegare quanto avviene intorno a noi anziché menar fendenti a destra e a manca.

Alfredo Reichlin disegnato da Tullio Pericoli per "Repubblica"

Ricordo Sermonti come un uomo gentilissimo e affabile, duro tuttavia, direi rigoroso e autorevole, ma non chiuso e presuntuoso come tanti che ho conosciuto, valgono poco e si danno un sacco di arie.

Lo ricordo per evidenziare questo suo periodo lavorativo un po’ oscurato nei coccodrilli comparsi sulla stampa, molti dei quali tesi solo a mettere a confronto le letture dantesche sommesse sue e pluridecorate di Benigni, in una polemica contro il comico pratese che sottende tutt’altro, a cominciare dall’invidia.

E per evidenziare come il giornale fondato da Antonio Gramsci – regolarmente sminuito e disprezzato per essere “l’organo” del Partito comunista, cioè una voce condizionata, succube e supina – sia invece stato non solo una fucina di idee, un’arena di scambi culturali, un autorevole quotidiano, ma anche un radar potente che ha indagato sul Paese, ne ha scoperto angoli nascosti, ha fatto emergere realtà che altrimenti non si sarebbero conosciute.

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Il tam tam per Geronimo

27 marzo 2015

Com’è lontano quel 7 maggio 2010 quando accesi un fuoco e, sventolando maldestramente una coperta come ancora non avevo imparato bene a fare, levai in cielo segnali di fumo tentando di chiamare a raccolta La tribù di Geronimo. Così si intitolava uno dei primi post pubblicati in questo blog, con cui annunciavo che di lì a qualche giorno i pellerossa che avevano scorrazzato nella prateria de l’Unità si sarebbero ritrovati per festeggiare un gran capo indiano in procinto di compiere 90 anni.

Bruno Schacerl

Quel leggendario guerriero, Geronimo, in realtà si chiamava Bruno Schacherl e per rendergli i dovuti onori si spinsero fin qui, in una storica casa del popolo fiorentina, due direttore del quotidiano comunista del calibro di Emanuele Macaluso e, soprattutto – lucidissima mente che testimonia quanto sia stolto chi vuol rottamare gli anziani – Alfredo Reichlin. Quest’ultimo è stato senz’altro quello che ha firmato la mia lettera di assunzione, essendo stato al timone del giornale fondato da Antonio Gramsci dal 1977 al 1981, quando appunto ebbi la fortuna di iniziare a lavorare lì; l’altro, Macaluso, deve avermi invece promosso caposervizio avendo diretto l’organo del Partito comunista, dopo l’infelice parentesi di Claudio Petruccioli con lo scivolone del caso Cirillo, dal 1982 al 1986.

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Ai ragazzi del Pd

25 novembre 2010

Alfredo Reichlin

C’è chi, data l’età e il lungo cammino che ha fatto, lo rottamerebbe, facendone una polpetta, un gazpacho o altri prodotti tritati prima d’esser eietti. Io invece, quando l’ascolto, sento sinapsi connesse e minuscole scintille dinanzi alle quali vien da esclamare “toh, un cervello che funziona”.

Perciò consiglio a quanti ci tengono a questo nostro paese e son stufi di furibondi litigi televisivi – ai quali non fa mai seguito, finalmente e come giusto e ovvio sarebbe data l’asprezza dei toni, un bel duello all’alba all’arma bianca o con un sol colpo in canna, proprio là dietro Saxa Rubra o in qualsiasi altro luogo –, di leggersi quel che Alfredo Reichlin ha scritto su l’Unità dove son riusciti anche a metter un bel refuso nel titolo.

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Vecchi rimbambiti

19 settembre 2010

Alfredo Reichlin all'uscita della festa per i 90 anni di Bruno Schacherl

Quanto poco sensata sia l’uscita del bravo sindaco di Firenze Matteo Renzi nella sua veste di sgomitante pretendente al trono di far piazza pulita delle cariatidi dovrebbe risultare evidente dalla lettura di un articolo comparso su quel giornale che sta comportandosi da proprietario delle ferriere un’altra volta. L’articolo si intitola Il Pd è fuori partita e a dir questa frase, insieme ad altre ben più amare, è un “vecchio” di 85 anni. Andato anche lui? Bollito? Cotto? Passato?

In realtà Alfredo Reichlin – uomo schivo e severo, antico ticchettio di sinapsi e neuroni, talmente serio da aver del pudore a dir quel che sta dicendo per timore di far altro baccano in una sala di ristorante dove tutti anziché abbassare la voce per capirsi col vicino di tavolo la alzano per sovrastare quella di coloro che siedono accanto – è tutt’altro che decotto: l’ho udito porre omaggio a Bruno Schacherl nel maggio scorso e perdinci se dava la carica, senza concessione alcuna ai peana della nostalgia.

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Una “Mattina”, appena alzato

12 maggio 2010

Alla redazione di via Barberia

Pietro Spataro, a cui Concita De Gregorio ha affidato il coordinamento delle iniziative speciali de l’Unità – in genere un ruolo per togliersi di torno qualcuno, ci son passato anch’io e conosco qualche altro collega in analoga posizione –, dovrebbe essere stato l’ideatore dei nuovi dorsi regionali del giornale fondato da Gramsci nel 1924, un tempo organo del Partito comunista italiano fin che questi non defunse. Sono dei tuorli che stanno nell’albume del giornale nazionale a cui fa da guscio la prima pagina, con gli strilli, i richiami e l’apertura, quasi sempre un’immagine e un titolo più che un testo – ah immagine, immagine!

Pietro Spataro è anche il nocciolo di un frutto che dentro quel giornale sta cercando, mi sa un po’ a fatica, di dar un po’ di spazio alla memoria, al ricordo, alla riconoscenza, alle cose come stanno non sempre e solo come uno vorrebbe che stessero o siano state. Intendo dire che Pietro è quello che dentro al giornale – non fuori come noi –, presumo per un debito di riconoscenza e senso di restituzione, sta cercando di dar fiato a una testimonianza dinanzi a un uomo che ci ha insegnato molto, che lo si abbia conosciuto personalmente o solo letto come me: Bruno Schacherl.

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La tribù di Geronimo

7 maggio 2010

Bruno Schacherl

Il 14 maggio, venerdì prossimo, alle ore 16, lo stesso giorno in cui Ledo Gori, capo di Gabinetto del Presidente Enrico Rossi, mi dirà come potrò in futuro esser utile loro e al mio decennale datore di lavoro, al glorioso circolo Vie Nuove in viale Giannotti a Firenze, si festeggeranno i 90 anni di Bruno Schacherl, cognome impronunciabile ma pronunciato benissimo da una sterminata selva di suoi estimatori.

Personalmente ho iniziato a stimarlo leggendo un settimanale, di cui si sente una grande mancanza, sul quale leggevo, leggevo, leggevo quando andavo al liceo e all’Università: Rinascita. Ne possiedo, ma rigorosamente a casa dell’ex moglie, la collezione intera, dal primo all’ultimo numero, così come de Il Politecnico fondato da Elio Vittorini, di cui Palmiro Togliatti, che invece aveva fondato Rinascita, ebbe a dire: «Vittorini se n’è ‘ghiuto e soli ci ha lasciati». Il cinismo d’alemiano e certo disprezzo per l’intelletto affonda lì, anche se io comprendo i difetti di questi sporchi intellettuali come me che, qualcuno, vivente e amministrante un po’ provincialmente, ancora vorrebbe mandarci in Siberia. Direi che all’epoca Bruno Schacherl, nato a Fiume nel 1920, studente prima all’Ateneo di Padova ma poi laureatosi a Firenze con Giuseppe de Robertis, di Rinascita fosse il caporedattore centrale, e tra i suoi grafici ci fosse Maria Luisa Grossi che sarà presente alla festa e fosse ancora tra noi Ilario. Lo saprebbe dire con maggior precisione Carlo Ricchini, al quale devo la maggior parte delle informazioni che sto scrivendo e che è stato il primo caporedattore centrale de l’Unità a cui la sera, quand’ero di sommario, chiedevo i titoli della prima pagina per farli stampare sulla locandina dal mitico sor-Mario che faceva, appunto il sommario. Mi son preso tanti di quei vaffanculo che la metà basterebbero, ma qualcuno, Carlo, te n’ho anche mandato, o forse erano accidenti.

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