Amore in buca

Gli inamovibili di Romagnoli

8 marzo 2014

Gabriele Romagnoli

Dice Andrea Guermandi (qui) che la scrittura che ama è quella di Gabriele Romagnoli e la mia. E la cosa a me fa un certo effetto perché Romagnoli è, se non il, uno dei miei giornalisti preferiti. Ed ancor più un certo effetto me lo fa oggi che su Repubblica, alle pagine 56 e 57, leggo un articolo di Gabriele Romagnoli intitolato L’ultimo giapponese che, a distanza di poche settimane, torna su un argomento – un personaggio divenuto, come dice Romagnoli stesso, “una categoria dello spirito” – del quale avevo trattato nel mio blog il 18 gennaio scorso, in un post dal titolo L’ultimo samurai.

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Corrispondente

1 febbraio 2011

Se non ricordo male, in Amore in buca non ho dedicato una paginetta a sviscerare una parola che nel contesto avrebbe trovato buon motivo per esserci. Una parola che mi è tornata in mente nel tentativo di etichettare (non ci si lasci ingannare da questo termine apparentemente così sminuente, sul quale tornerò in seguito) quegli “amici” o “amiche” di facebook che più solitamente interagiscono con quanto scrivo.

La parola ora m’è venuta alla mente ed era semplice trovarla, mi domando perché ci sia voluto tanto: corrispondente. Il termine usato nel mondo dei giornali indica una persona che da un determinato posto invia i suoi articoli – che perciò vengono chiamati corrispondenze – relativamente a quello che avviene nella zona in cui egli si trova. Perciò si dice il corrispondente da New York o da Tokyo, o anche solo da Marradi o da Rufina se il baricentro del giornale anziché essere a Roma si trova a Firenze e le pagine in cui il corrispondente scrive non sono quelle degli esteri ma quelle della provincia.

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Ogni parola è un debito

26 aprile 2010

Il presidente del circolo Anpi di San Niccolò mi consegna la tessera n. 038540 dell'Associazione partigiana

Quella di Silvio Berlusconi era la n. 104. La mia la 038540. La sua alla P2. La mia all’Anpi. La sua segreta, la mia pubblica. Di tessere stiamo parlando. Ve lo ricordate quando Berlusconi da Vespa diceva “Fatto!”. Ecco: “Fatto!”. L’avevo promesso e l’ho fatto. Me l’ha consegnata oggi il segretario della sezione di San Niccolò, come si vede dalla foto. Se qualcuno non ci fosse riuscito come da mio suggerimento e avesse difficoltà a farlo, ci penso io.

Prima ho aggirato Firenze per portare un poco socialista e molto portoghese garofano rosso a chi la Resistenza l’ha fatta davvero, per esempio ai fratelli Rosselli a Trespiano, o nella mia testa e nel mio cuore l’ha fatta o l’avrebbe fatta. L’importante è crederci. Un po’ come agli angeli: c’è chi lo fa, e chi no.

Mi sono poi occupato di demenza senile, assistenza ospedaliera, tesine liceali sui diritti civili in Italia, problemi alcol-correlati e infine sono andato a sentire con un giovane scrittore Ludovico Einaudi, figlio dell’ex datore di lavoro di mio padre, prima di mangiar con lui – il giovin scrittore – qualcosa di orrendamente messicano.

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Una lezione dall’eden

22 aprile 2010

José Saramago

Se non ricordo male è stato Luigi Albertini, mitico direttore del Corriere della Sera fra il 1900 e il 1925, quando anche in un giornale della borghesia c’era da opporsi in un qualche modo al fascismo, a dire che un giornale vive solo un giorno. Alla sua fonte abbiamo attinto tutti, o almeno coloro che ’sto mestiere l’han preso sul serio e vi hanno creduto, e la frase è più che vera, tant’è che dal giorno seguente se ne può far carta straccia o incartarci l’insalata. Ma vi son fanatici e patiti che non riescono ad adeguarsi e conservano, conservano, conservano. Ritaglio giornali, è vero, compulsivo quasi come il protagonista del mio racconto Amore in buca che si dava invece ai vocabolari.

Perciò ieri, con un giorno di ritardo, ho ripreso in mano la Repubblica di martedì 20 aprile e l’occhio mi è cascato sul colonnino di destra, la spalla si sarebbe detto un tempo, ancorché con tale parola non si sarebbe esattamente inteso il genere di articolo a cui mi sto riferendo, ma i quotidiani oggi non si fanno come ai tempi di Albertini e neppure come a quelli in cui ho studiato io, quando in prima ci stavano solo le notizie e queste raramente eran date dal pensiero (o dalla mancanza di pensiero) di un politico o del suo avversario.

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