Antonio Zollo

Hanno ammazzato Pablo

30 luglio 2014

La prima pagina de l'Unità di oggi

«Hanno ucciso l’Unità », titola l’Unità nel giorno in cui giunge la notizia che hanno ucciso l’Unità. L’Unità e con lei i colleghi che ci lavoravano. Quelli che c’erano quando c’ero anch’io.

Quelli rientrati dispiaciuti che con loro non ci fossimo più Antonio Zollo, Morena Pivetti, Andrea Guermandi, Dario Guidi, Serena Bersani, per citare quelli con cui sono rimasto maggiormente legato e in contatto e dei quali, o meglio della cui professionalità, ho una stima immensa.

Quelli rientrati contenti che qualcuno di noi fosse stato fatto fuori e, insomma, il nostro esser sommersi, fosse il loro esser salvati.

E poi quelli giunti dopo, portati da Padellaro, da Colombo, da Conchita De Gregorio o anche, diciamolo, da questo o quel segretario succedutosi alla guida di quella roba che oggi si chiama Pd, governa l’Italia e, com’è già avvenuto, quando è giunto alla mèta si scorda, dimentica, preferisce altro, tira fuori il peggio del proprio cinismo e della propria poca lungimiranza.

I pochi regolarizzati e i tanti tenuti a bagno maria, collaboratori in eterno, precari a vita, 1 euro a pezzo se va bene, firme mai lette prima.

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L’errore di Veltroni

25 dicembre 2013

Walter Veltroni

Su Il Fatto Quotidiano, del 21 dicembre Andrea Scanzi ha intervistato Walter Veltroni (Certo. La politica è una missione laica, nobilissima. Che Berlinguer ha perfettamente incarnato) e la notizia, in altre parole la ragione per cui l’intervista è stata fatta, è contenuta alla fine del cappello iniziale e nella prima risposta: l’ex direttore de l’Unità, vicepremier, sindaco di Roma, segretario del Pd sta per terminare un film dedicato a Berlinguer.

«Si intitolerà Quando c’era Berlinguer – dice Veltroni – e ha tre piani narrativi: immagini di repertorio anche inedite; interviste; e riprese da me effettuate, però senza attori. Non so se uscirà anche al cinema, di sicuro verrà trasmesso a giugno da Sky per il trentennale della scomparsa».

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Morto un Papa

28 giugno 2010

Piazza San Pietro

Silvia Garambois, collega e amica e forse parente, ha diffuso ieri la notizia della morte di Alceste Santini, a lungo vaticanista de l’Unità e probabilmente longa manus di Enrico Berlinguer nelle segrete stanze vaticane. Tutti i colleghi intervenuti sulle pagine di Facebook di Silvia – Antonio Cipriani, Monica Ricci Sargentini, Marco Sappino, Nicola Fano, Emanuela Risari, Giancarlo Summa, Anna Tarquini, Bruno Ugolini, Matilde Passa, Omero Ciai, Toni Fontana, Natalia Lombardo, Fabrizio Roncone – ne hanno sottolineato le doti umane prima ancora che professionali, e aggiunte a queste quelle politiche o “diplomatiche”. Si potrebbe insomma sospettare – e lo dico con ammirazione, rispetto e riconoscenza e sia chiaro senza alcun intento offensivo o denigratorio – che Alceste fosse quasi, oltre a una gran brava persona e a un collega stimabile, un buon agente dei servizi segreti.

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Una “Mattina”, appena alzato

12 maggio 2010

Alla redazione di via Barberia

Pietro Spataro, a cui Concita De Gregorio ha affidato il coordinamento delle iniziative speciali de l’Unità – in genere un ruolo per togliersi di torno qualcuno, ci son passato anch’io e conosco qualche altro collega in analoga posizione –, dovrebbe essere stato l’ideatore dei nuovi dorsi regionali del giornale fondato da Gramsci nel 1924, un tempo organo del Partito comunista italiano fin che questi non defunse. Sono dei tuorli che stanno nell’albume del giornale nazionale a cui fa da guscio la prima pagina, con gli strilli, i richiami e l’apertura, quasi sempre un’immagine e un titolo più che un testo – ah immagine, immagine!

Pietro Spataro è anche il nocciolo di un frutto che dentro quel giornale sta cercando, mi sa un po’ a fatica, di dar un po’ di spazio alla memoria, al ricordo, alla riconoscenza, alle cose come stanno non sempre e solo come uno vorrebbe che stessero o siano state. Intendo dire che Pietro è quello che dentro al giornale – non fuori come noi –, presumo per un debito di riconoscenza e senso di restituzione, sta cercando di dar fiato a una testimonianza dinanzi a un uomo che ci ha insegnato molto, che lo si abbia conosciuto personalmente o solo letto come me: Bruno Schacherl.

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La tribù di Geronimo

7 maggio 2010

Bruno Schacherl

Il 14 maggio, venerdì prossimo, alle ore 16, lo stesso giorno in cui Ledo Gori, capo di Gabinetto del Presidente Enrico Rossi, mi dirà come potrò in futuro esser utile loro e al mio decennale datore di lavoro, al glorioso circolo Vie Nuove in viale Giannotti a Firenze, si festeggeranno i 90 anni di Bruno Schacherl, cognome impronunciabile ma pronunciato benissimo da una sterminata selva di suoi estimatori.

Personalmente ho iniziato a stimarlo leggendo un settimanale, di cui si sente una grande mancanza, sul quale leggevo, leggevo, leggevo quando andavo al liceo e all’Università: Rinascita. Ne possiedo, ma rigorosamente a casa dell’ex moglie, la collezione intera, dal primo all’ultimo numero, così come de Il Politecnico fondato da Elio Vittorini, di cui Palmiro Togliatti, che invece aveva fondato Rinascita, ebbe a dire: «Vittorini se n’è ‘ghiuto e soli ci ha lasciati». Il cinismo d’alemiano e certo disprezzo per l’intelletto affonda lì, anche se io comprendo i difetti di questi sporchi intellettuali come me che, qualcuno, vivente e amministrante un po’ provincialmente, ancora vorrebbe mandarci in Siberia. Direi che all’epoca Bruno Schacherl, nato a Fiume nel 1920, studente prima all’Ateneo di Padova ma poi laureatosi a Firenze con Giuseppe de Robertis, di Rinascita fosse il caporedattore centrale, e tra i suoi grafici ci fosse Maria Luisa Grossi che sarà presente alla festa e fosse ancora tra noi Ilario. Lo saprebbe dire con maggior precisione Carlo Ricchini, al quale devo la maggior parte delle informazioni che sto scrivendo e che è stato il primo caporedattore centrale de l’Unità a cui la sera, quand’ero di sommario, chiedevo i titoli della prima pagina per farli stampare sulla locandina dal mitico sor-Mario che faceva, appunto il sommario. Mi son preso tanti di quei vaffanculo che la metà basterebbero, ma qualcuno, Carlo, te n’ho anche mandato, o forse erano accidenti.

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Onore al nemico

2 maggio 2010

Il Corriere fiorentino, ma forse ogni altro giornale d’Italia, riportava ieri la notizia dell’omicidio di Susanna Tre Re. A me l’ha detto Cristiana Schillaci, sua compagna di scuola, sempre avversante e quanto me addolorata. Non l’ho mai conosciuta, almeno con un “piacere”, una stretta di mano, un nome e cognome. Ho sempre saputo, fin dall’età della ragione, chi fosse, o, almeno, l’idea che mi ero fatto di lei, o quella che il mondo si fosse confezionato, ancorché ritenga non fosse molto dissimile dal vero.

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