Bertrand Russell

Il 68 e la lingua di oggi

16 giugno 2013

Alcuni giorni fa, su un quotidiano fiorentino, il professor Pietro De Marco ha constatato che gli svarioni o le aberrazioni dilaganti nel linguaggio, e soprattutto nella scrittura, di chi si accinge ora a sostenere una tesi di laurea, sono da attribuirsi ai sessantottini. Scrive De Marco: «La generazione degli studenti di questo periodo è quella dei nati attorno al 1990», muro di Berlino già caduto, preciso io.

«La loro formazione scolastica “elementare” – aggiunge De Marco – si colloca negli anni Novanta, dunque sotto le cure delle generazioni di maestri e maestre (e dei professori della scuola media dell’obbligo) operanti in quegli anni: generazioni giovani, nate nei primi anni Settanta, intermedie (i nati negli anni Cinquanta-Sessanta) e anziane».

Spiega il professore che i formatori degli attuali venti-ventiquattrenni sarebbero a loro volta stati formati, anzi, puntualizza, “plasmati”, «dalla cosiddetta rivoluzione del Sessantotto e da altre “modernità”».

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Del vero e del falso

6 ottobre 2012

A detta di sacre scritture, alle quali poco credo pur avendone rispetto e desiderio di conoscenza, la maledizione più atroce che ci sia stata inflitta dal gran burbero incanutito è quella di dover lavorare col sudore della propria fronte, condanna contigua o complementare all’altra di provar vergogna del proprio corpo ignudo fino a doverlo rivestire di almeno una foglia di fico, e, per quella strada, di viver assai meno genuinamente i bollori della nostra epidermide e il desiderio di incontrarsi.

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