Costituzione italiana

Poche, chiare parole

21 settembre 2010

A Mosè, secondo la versione riportata nell’Esodo tradotto in italiano, fu sufficiente scolpire nella pietra 1.676 battute, spazi compresi che ovviamente non vennero incisi: 1.676 battute, 313 parole e 13 paragrafi.

Le tavole di Mosè

Secondo quella del Deuteromio 1.854 inclusi gli spazi e 354 parole e 14 paragrafi. Nella versione imparata a memoria a catechismo le battute si riducono a 357 spazi inclusi, 68 le parole e 11 i paragrafi. Dicono così:

Io sono il Signore Dio tuo creatore del cielo e della Terra! 1Non avrai altro Dio all’infuori di me 2Non nominare il Nome di Dio invano 3Ricordati di santificare le feste 4Onora il padre e la madre 5Non uccidere 6Non commettere adulterio 7Non rubare 8Non dire falsa testimonianza 9Non desiderare la donna d’altri 10Non desiderare la roba d’altri.

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Spunti letterari

11 agosto 2010

Dopo quello che, in base all’articolo 15 della Costituzione italiana, si è intrufolato nella mia posta elettronica, ciacciando nella mia corrispondenza privata e, dopo averla manipolata, l’ha inviata a mio nome a destinatari ai quali non era affatto destinata, ora è la volta dell’individuo che telefona a un numero a me ignoto di una persona però che conosco e che ha il torto di aver per qualche giorno accudito un’anziana inferma, e usando il mio nome sbrodola le proprie fantasie sessuali e, chissà, forse i suoi mugolii impotenti.

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Dei beni comuni

10 agosto 2010

Stefano Rodotà

Questioni come macigni quelle che Stefano Rodotà butta lì oggi su Repubblica in un articolo intitolato Se il mondo perde il senso del bene comune. Al centro dell’argomento il riconoscimento dell’acqua e dell’accesso a internet, e per il suo tramite alla conoscenza, come diritti di tutti, inalienabili, incedibili ad un proprietario che si faccia avanti.

Come dargli torto? Ed anzi io credo che abbia ragione e che ci si possa spingere anche più in là del suo ragionamento. Vsdo per punti.

1. In calce all’articolo di Rodotà c’è giustamente scritto “Riproduzione vietata” e sotto la testata del quotidiano che lo ospita «€ 1». Ripeto: giustamente. Mi sento già un po’ in colpa per aver pubblicato questa mattina sul mio blog una canzone di Alan Sorrenti pescata su YouTube senza aver corrisposto neanche un centesimo al cantante rock. Quella è farina del suo sacco e si può ragionare sul prezzo dei cd ma non immaginare che anziché al mercato debbano appartenere al popolo.

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La Res Publica

3 giugno 2010

La bandiera della Repubblica italiana

Ho fatto cose belle e piacevoli, oggi, ed anche non stupide, né disimpegnate. Mi hanno procurato piacere e questo mi basta. Ma mi dispiace di non aver onorato la festa della Repubblica, quel 2 di giugno che per i più è solo l’occasione di un ponte fra una domenica e un’altra festività. Mio fratello Andrea, in veste istituzionale, l’ha omaggiata in alta uniforne. Gliene sono grato, almeno lui. A noi che non siamo muri di pietra, rammento che per quanto desueta è la rimembranza d’un giorno del 1946 in cui i nostri vecchi decisero di abbandonare il monarca e conti, vassalli e valvassori, dando vita a una Repubblica che poco dopo avrebbe avuto a suo fondamento d’esser fondata sul lavoro, sul diritto cioè, e sul dovere, di rimboccarsi le maniche.

Ci scordiamo – presi da un telefilm e da una telenovela pur mirabili visioni –, che abbiamo una storia e anche un po’ di sostanza neanche velinamente velata. S’è fatto il referendum per la Repubblica e quello per il divorzio e quello per l’aborto e quello contro il nucleare e quello contro la caccia e quello contro le leggi liberticide di Kosssiga e non è detto che abbiamo sempre votato al meglio, ma abbiano votato e detto la nostra, cioè espresso il volere popolare.

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Un appello a tutti

22 aprile 2010

La Costituzione italiana

Domenica andrò a iscrivermi a una sezione dell’Anpi, l’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia. Avrò in tasca quella tessera, io che ne ho sempre volute aver poche, se non quella dell’Ordine dei giornalisti, che ho cercato di onorare come dopo un giuramento sulla Costituzione o a Esculapio, venendo meno solo una notte che ero ubriaco. Ho avuto anche quella della Fgci e poi del Pci, ma di questo, magari, scriverò un’altra volta. Ora è più importante la questione dell’Anpi.

L’ho già scritto, ma lo ripeto, per lanciare un appello a tutti. Oggi ce n’è bisogno. Ho accettato il consiglio che la scrittrice Simona Baldanzi ha dato domenica scorsa sulle pagine fiorentine de l’Unità: invita a metterci un po’ più di passione quest’anno per il 25 aprile. «Perché – scrive – dobbiamo come seminarci dentro, prenderci cura del nostro antifascismo, affinché il raccolto non ci deluda e sia sufficiente tutto l’anno».

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