Dolomiti

Dei beni comuni

10 agosto 2010

Stefano Rodotà

Questioni come macigni quelle che Stefano Rodotà butta lì oggi su Repubblica in un articolo intitolato Se il mondo perde il senso del bene comune. Al centro dell’argomento il riconoscimento dell’acqua e dell’accesso a internet, e per il suo tramite alla conoscenza, come diritti di tutti, inalienabili, incedibili ad un proprietario che si faccia avanti.

Come dargli torto? Ed anzi io credo che abbia ragione e che ci si possa spingere anche più in là del suo ragionamento. Vsdo per punti.

1. In calce all’articolo di Rodotà c’è giustamente scritto “Riproduzione vietata” e sotto la testata del quotidiano che lo ospita «€ 1». Ripeto: giustamente. Mi sento già un po’ in colpa per aver pubblicato questa mattina sul mio blog una canzone di Alan Sorrenti pescata su YouTube senza aver corrisposto neanche un centesimo al cantante rock. Quella è farina del suo sacco e si può ragionare sul prezzo dei cd ma non immaginare che anziché al mercato debbano appartenere al popolo.

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Il trust degli onesti

3 agosto 2010

Alpinista in cordata

Il bisogno fa trottar la vecchia. Oppure: la necessità aguzza l’ingegno. O ancora: far di necessità virtù. Fatto sta che ho avuto un colpo di genio per trovar una soluzione al drammatico problema messo in luce in Loculi. Mi vedo penzoloni su quelle guglie, abbarbicato alla parete, trattenuto da un moschettone saldamente legato all’imbragatura e… facciamo una cordata. Sì, mettiamoci in fila, insieme, associamoci, tassiamoci, esperiamo tutto quello che da alcuni anni a questa parte tentano di farci dimenticare dei minimalia di uno Stato, quel misto di diritti e doveri su cui si fonda la convivenza e… compriamoci le Dolomiti.

Una società per azioni, una coop, quel che vi pare, mi va bene anche il salvadanaio. Preserviamo in nome e per conto dell’umanità il bene pubblico e comune e se i miei scenari dovessero risultar limitati e di parte e si volesse aggiunger ai patrimoni da salvare altri luoghi che mi sfuggono o non sono nelle mie preferenze, mi piego e partecipo con il medesimo entusiasmo che mi aspetto per le mie vette preferite. A ciascuno il suo pezzetto, ettaro, metro quadro o centimetro che sia in virtù delle quote e della riuscita della protesta, perché di questo dovrebbe trattarsi, di una rivoluzione, capitale contro capitale, denaro contro denaro.

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Loculi

3 agosto 2010

La ferrata Dibona in cima al Cristallo

Lo compro. Sono uno snob, me ne rendo conto, ma non è colpa mia se la più cara delle vette delle Dolomiti dismesse dal Demanio e trasferite agli Enti locali – lo dico da anni e sono in molti ad esserne informati, a poterlo testimoniare e, spero, si ricordino, uno almeno, di rispettare il mio volere – è quella dalla quale intendo siano sparse le mie ceneri cremate al momento della morte.

Farò un mutuo, mi indebiterò, mi sottopongo a qualsiasi ricatto, vendo il poco che mi è rimasto, ma devo racimolare i 259mila euro con i quali è stata quotata, più costosa di tutte, quella vetta che giunge a oltre 3.200 metri, sulla quale son salito dozzine di volte, per inerpicarmi sulla ferrata Dibona o la Bianchi. Non voglio che un Berlusconi qualsiasi, o un magnaccia di Mosca, Minsk o San Pietroburgo me la scippi e m’impedisca di confondermi con la dolomia, con quei sassi, quei dirupi, quel vento che spira forte e lascia finalmente respirare.

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