Einaudi

Entrare in un libro

29 ottobre 2012

Tiziano Scarpa

Ci sono libri nei quali non è facile entrare. Oppongono una sorta di resistenza, quasi chiedendo al lettore di superare una prova per essere degno di proseguire. Qualsiasi editore direbbe che questo è un grave errore, che l’incipit dev’essere accattivante e seducente, questa è una regola come un articolo di giornale deve avere un attacco brillante e che condensi anche la norma delle 5 w, chi, dove, quando, cosa e perché.

È vero e non si può non essere d’accordo. Ma non è sempre così e forse si dovrebbe dire che perfortuna non è sempre così.

«Signora Madre, è notte fonda, mi sono alzata e sono venuta qui a scrivervi. Tanto per cambiare, anche questa notte l’angoscia mi ha presa d’assalto. Ormai è una bestia che conosco bene, so come devo fare per non soccombere. Sono diventata un’esperta della mia disperazione».

Inizia così Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Torino, Einaudi, 2008), e bisogna andare avanti un bel po’ – o io almeno così ho dovuto fare – per sentirsi presi, per avvertire la voglia di procedere, senza che la mente si metta a distrarsi, sopraggiungano altri pensieri, gli occhi lacrimino e diventino sintomi di una stanchezza che sfocerà in uno sbadiglio. Non che sia una brutta frase, e nemmeno quelle che le vengono dietro, la seguono, ma si stenta a essere catturati. Poi però.

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Vento e tempesta

22 agosto 2010

Un mulino a vento

Sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore di oggi viene segnalato un libro di Alfredo Bucciante pubblicato da Einaudi, che se mi dovessero avanzare 12,50 euro andrò a comprare col dubbio che i miei soldi vadano a incrementare un’evasione fiscale di casa Berlusconi: Scusa l’anticipo, ma ho trovato tutti verdi. E altri 499 luoghi comuni al contrario. Per chi non ci arrivasse la frase scimmiotta “scusa il ritardo ma ho trovato tutti rossi”.

Le perle che l’articolo cita sono: «Per me l’arabo è matematica. Del maiale si butta via tutto. È ora che Babbo Natale capisca che i bambini non esistono. La tragedia finisce in scherzo. Questo albergo non è una casa. Solo i cretini cambiano sempre idea. Il papà è sempre il papà. Ne uccide più la spada che la penna. Premetto che sono razzista. Una rondine fa primavera. Il delfino è l’animale più stupido. Stasera in tv ci sono un sacco di cose. L’arte antica non la capisco. Una parole vale più di mille immagini. Quel gruppo lo preferivo agli inizi, quando era più commerciale. C’è la crisi, c’è la crisi e poi la sera stanno tutti a casa». Bravo Bucciante.

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Dediche

10 aprile 2010
La dedica di Italo Calvino a mia madre sul frontespizio dei "Racconti" pubblicati da Einaudi nel 1958

La dedica di Italo Calvino a mia madre sul frontespizio dei "Racconti" (Einaudi, 1958)

In molti, l’altro giorno alla presentazione del libro, mi hanno chiesto di fare loro una dedica. L’ho fatto volentieri e cercando in ogni caso di scrivere qualcosa pertinente alla persona a cui stavo dedicando il libro. A qualcuno ho dovuto dire “poi” per non scrivere la prima banalità che mi veniva in mente o una frase fatta. Ho preso tempo. Ho sentito qualcuno dirmi di non abbondare con questa concessione: sarebbe una diminutio. Non mi sento così prezioso e trovo che il lettore vada accolto. Penso che una dedica sia diversa da un autografo. C’è il grande cantante, il grande sportivo, finanche il grande politico a cui la gente vuol strappare una firma, una personalizzazione, un pezzo di notorietà, ritagliandosi magari un istante nell’empireo o regalandosi un innocuo orgasmo di piacere. La dedica, invece, è un dialogo, l’avvio o la ripresa di un dialogo, il tassello di un puzzle, una mossa sulla scacchiera. Se impreziosisce la copia meglio.

Qualche settimana fa mia madre si è fratturata il bacino e mio padre, da cui è separata da almeno quarant’anni, così, per darle un segno di solidarietà e perché potesse ingombrare il tempo di costrizione a letto, le ha regalato un paio di libri che lui aveva trattenuto per sé per un’intera vita [Continua a leggere >>]