Franz Kafka

Dire del moloch

23 settembre 2011

Scrive Franz Kafka ne Il processo (la versione che ho è quella tradotta da Primo Levi nel 1983 per Einaudi): «Restare sempre quieti, anche se a controcuore! Cercare di capacitarsi che questo grosso organismo giuridico è in certo modo condannato a uno stato di provvisorietà permanente, e che se uno si prende l’iniziativa di cambiarvi qualcosa in un determinato luogo, non fa che scavarsi la terra sotto i piedi e può finire col cadere, mentre il grosso organismo (poiché tutto si tiene) trova compenso altrove alla piccola perturbazione e rimane inalterato: quand’anche, cosa probabile, non ne esca ancora più chiuso, più vigile, più severo e più malvagio. Si lasci fare quindi all’avvocato, invece di disturbarlo. I rimproveri servono a poco, specie se non si riesce a farne comprendere i motivi in tutta la loro importanza, ma bisognava pur dire quanto danno aveva arrecato K. Alla sua causa col suo comportamento nei confronti del segretario capo».

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A margine un’idea

7 luglio 2011

Qualcuno – se avesse una dimensione dovrei usare l’aggettivo molti – mi ha chiesto un perché di questa prolungata assenza dal blog. In privato ho risposto spiegando che si tratta di un fatto privato e pertanto qui non lo riporto. Essendo questa una dimensione pubblica, comunque mi scuso col pubblico, anzi con ogni singolo personalmente, anzi con lui o lei che sia, il lettore.

Fra le ragioni del silenzio ve n’è una, tuttavia, che può esser resa nota. Sto ingegnandomi intorno a un libro e mi dà il suo da fare, ma non, purtroppo, un reddito. Non a leggerlo, anche e più d’uno, ma a scriverlo. A margine di questo lavoro per ora non retribuito, m’è venuta in mente un’idea che butto lì per chi avesse voglia, tempo e competenze di accingersi con essa e sceverarla fino all’ultima riga.

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Dialogo diabolico

5 febbraio 2011

Uno degli strumenti del male è il dialogo.

Franz Kafka

Quaderni in ottavo, 21 novembre 1917

A tu per tu con lo scrittore

14 settembre 2010

Alcuni giorni fa, il 12 settembre per l’esattezza, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo molto interessante di Alessandro Piperno intitolato Scrittori? meglio non conoscerli (di Persona). L’autore scandaglia il voyeurismo dei lettori, il narcisismo e la riservatezza o il pudore degli autori, la distanza fra la vita di chi scrive e ciò che finisce sulle sue pagine, portando illustri supporti alla comprensione dell’argomento: Proust, Leopardi, Kundera, Rousseau, Nabokov, Salinger.

Franz Kafka

Benché abbia pubblicato un libro di racconti e altri ne abbia scritti, non mi piace definirmi scrittore. Ho campato finora d’altro: sempre lavoro di penna, è vero, ma un conto è fare il giornalista, altro essere un letterato.

Quella che, per passione o affinità mentale, reputo grande letteratura è prevalentemente poco autobiografica, ma in questo genere, che pur esiste in larga misura nello sterminato scaffale della libreria umana, vi sono opere eccezionali che, benché parlino in prima persona, guardano assai poco al proprio ombellico. Non credo siano molti gli scrittori che si sono messi alla scrivania cacciando fuori dalla stanza se stessi. Un conto è mettere delle distanze, un altro dissociarsi. Certo raccontare che ci si è alzati, si è fatto pipì, si è preso il caffè e così via fino all’ora in cui ci corica ha poco a che vedere con quello che solitamente intendiamo con letteratura, anche se si potrebbe scrivere un capolavoro sminuzzando ogni minuto d’ogni ora d’una sola giornata e c’è chi sicuramente l’ha fatto.

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Livorno, letture inattese

13 luglio 2010
Una veduta di Gerusalemme

Una veduta di Gerusalemme

La presentazione del mio libro nel giardino del Museo ebraico di Livorno è stata, per me, un’esperienza intensa. E sono molto grato a Paola Jarach Bedarida di averla organizzata e al sindaco Alessandro Cosimi di avervi partecipato. Entrambi hanno portato una lettura molto particolare del mio libro, che non è quella che, per lo più, chi l’ha letto mi dice di avervi trovato, ma che invece a me sembra rispondente, magari più nascosta, ma pertinente. E soprattutto, i ragionamenti che sono scaturiti nelle domande di un pubblico molto attento a partire da quelle due letture, non necessariamente riferibili al libro ma ai temi che dal libro portano alle considerazioni sul presente, mi sono sembrati di grande interesse.

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Sancho: dalle parole al poema

6 luglio 2010
www.visionidellamarezza.it

www.visionidellamarezza.it

La dominante è l’albero. Lui c’è sempre. L’acqua, il cielo, le case, il reticolato, i fili dell’alta tensione, la neve compaiono ma alternandosi, lui invece, l’albero, c’è sempre. Solitario, sofferente, resistente, associato, impercettibile c’è sempre. Talvolta ha le foglie, talvolta solo i rami, il tronco c’è sempre, sfuggono semmai le radici. Scriveva Kafka: «Infatti noi siamo come tronchi di alberi nella neve. In apparenza giacciono raso terra e con una piccola spinta si dovrebbe poterli smuovere. No, non si può, che sono saldamente legati alla terra. Ma vedete anche questa è soltanto apparenza».

Il titolo del libro consultabile on line è visioni dell’amarezza e la scelta di usar la minuscola pervade ogni pagina, salta l’obbligo del punto, rende continuativa la lettura, sbattezza gli autori trapassandoli dal nome proprio alla genericità. È un libro di foto, e chi le ha fatte, immobilizzando alberi e contesti, fermando l’acqua che scorre o addormentando il vento che soffia, cogliendo talvolta la desolazione perché la natura par contaminata dalla mano dell’uomo oppure contraddetta dai suoi stessi elementi, dalle forze paralizzate che la percuotono o nella sua anima scorrono.

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