fuoco sacro

Fuoco sacro

6 agosto 2010

Fuoco sacro

Dei salvatori, i pompieri, i volontari, ho già scritto. Ora mi metto dalla parte delle fiamme. Disposto a bruciarmi, ovviamente. Non sarà il fuoco che s’inghiotte i boschi, che spiana i campi, che arde, affumica, incenerisce, devasta. Qui il fuoco è quello sacro, o almeno l’ho sentito chiamare così, e direi di conoscerlo, d’averlo avvertito dentro di me, percorrermi rabbioso, furibondo, implacabile, invincibile. Una forza prorompente, inarrestabile, contro la quale non si può niente, più che altro perché nemmeno ci si accorge stia agendo, semplicemente agisce, si scatena, prorompe. Ho sentito dire sia una malattia e che possa prendere le forme più diverse, impossessarsi delle persone e condurle dove vuole, sbatacchiarle come bandiere esposte al vento. Oggi l’ho visto quel fuoco e non posso dire non mi abbia indispettito. Cecità, indifferenza, ostinazione, qualcosa che appunto sembrava non volersi fermare dinanzi a niente, insensibile a ogni obiezione, a ogni ostacolo, a ogni limite. Solo ammettere d’avere i miei fuochi sacri mi ha consentito di lasciarlo correre, sfogarsi, pacificarsi solo al termine della sua corsa. Niente di nuovo, direi, se non il fatto che appunto guardare da un altro punto di vista, magari proprio quello più intimo in noi, il meno ammissibile, l’inconfessabile, può consentire quella cosa che si chiama accoglienza, accettazione, rispetto. Un esercizio raro, rari coloro che lo eseguono. Non c’è niente di bene e niente di male nel farlo o non farlo, ma direi che è un modo per sentirsi meglio. E questo, a rigor di logica, dovrebbe essere un bene.