Gad Lerner

Antiche sensibilità

15 marzo 2016

Il 19 febbraio scorso, con un articolo intitolato Flussi, rivoli, vita, dopo aver dato conto delle interessantissime conferenze organizzate da Wlodek Goldkorn al museo Pecci di Prato ed intitolate “Uomini e guerra”, nel corso delle quali hanno parlato Luis Sepulveda, David Grossman, Marco Belpoliti, Donatella di Cesare e Gad Lerner, ho deciso di riproporre ai lettori del mio blog l’inchiesta sui primordi dell’immigrazione straniera che l’edizione toscana de l’Unità pubblicò tra il 6 luglio e il 4 agosto 1985, trentuno anni fa.

Io ero un giovane cronista, con solo 6-7 anni di mestiere sulle spalle ed il viatico in mano per diventare il più fedele e longevo vice caporedattore della redazione fiorentina del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e l’alter ego del mio grande maestro, Gabriele Capelli, avendo iniziato a svolgere le mansioni credo nel 1986 per ottenere la qualifica, ma di caposervizio appena, solo nel 1989. Pago queste generosità ed il cinismo degli ultimi padroni delle ferriere con una pesante penalizzazione economica che mi costringe a pietire e chiedere malgrado l’età, ma tant’è: ne ho sul piano dell’onore.

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Flussi, rivoli, vita

19 febbraio 2016

Nei giorni scorsi, da bravo pensionato persuaso di non bruciarsi definitivamente il cervello davanti alla tv che da molti anni neanche possiedo, sono stato a sentire l’ultima conferenza del ciclo organizzato da Wlodek Goldkorn al museo Pecci di Prato e intitolato “Uomini e guerra”, nel corso del quale hanno raccontato Luis Sepulveda, David Grossman, Marco Belpoliti, Donatella di Cesare e, ultimo appunto dei conferenzieri invitati, Gad Lerner che ho avuto il piacere di conoscere alla fine degli anni ’90, quando – prima di diventare onestissimo direttore del Tg1 capace di pagare di persona per l’errore di un suo sottoposto, assumendosi la responsabilità di chi è in cima alla piramide, prassi del tutto sparita dalle scene, di qualunque tipo esse siano – condusse in Rai una trasmissione che si chiamava Pinocchio, per fare la quale chiamò, oltre a un insopportabile Mario Giordano, oggi direttore del Tg4, il Faulkner de l’Unità, Jenner Meletti appena “messo alla porta”, come tutti noi, da un editore che anche in politica si è poi votato al suicidio, ed oggi edita un foglio indegno della levatura di chi lo fondò in via Santa Maria alla Porta nei pressi di Corso Magenta a Milano il 12 settembre 1923 imponendo che non avesse «alcuna indicazione di partito. Dovrà essere – scrisse Antonio Gramsci – un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale».

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Sinistri confini

5 gennaio 2014

Su la Repubblica di ieri, Gad Lerner rammentava un parametro che chi ha ancora voglia di dirsi di sinistra dovrebbe tener di buon conto, sapendo che proprio la sinistra ha tradito più volte questo principio ed ogni volta è stato un bagno di sangue.

Gad Lerner

L’articolo di Gad Lerner, che prende le mosse dalla nefasta data in cui si innescò il primo conflitto mondiale, si intitola 1914-2014, Il banco di prova della sinistra e il parametro o principio in questione è quello dell’internazionalismo, della rinuncia a dazi e frontiere in virtù della considerazione che si è cittadini del mondo e questa sta alla base dell’universalità, dell’uguaglianza intesa non come clonazione degl’individui in stile Rank Xerox ma equa spartizione di medesimi diritti, doveri, opportunità, soddisfazione di bisogni e riconoscimenti di individualità.

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Liberi di non esserlo

25 aprile 2013

Lo scorso anno – come ho avuto occasione di spiegare qui – non mi sono potuto permettere di iscrivermi all’Anpi, l’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia, alla quale aderisco – lo si può evincere da qui – come “antifascista” perché le alternative sono “partigiano” – e questo anagraficamente è impossibile oltre che verificabile solo dopo un’inconfutabile prova – o “patriota”, la qual qualifica, soprattutto dopo l’avvio dell’Unione europea, mi è oscura. Non avevo i soldi per farlo essendo agli sgoccioli anche dell’assegno di disoccupazione che per due anni mi ha tenuto in vita.

Aver ritrovato un lavoro mi dà anche questa possibilità. Da cui se ne dovrebbe dedurre che pur di avere possibilità come quella si dovrebbe essere disposti a tutto, perché solo così si può essere liberi. Durante il fascismo per poter lavorare bisognava prendere la tessera del Partito fascista. Altrimenti a casa. Qualcuno s’è ostinato a non farlo e gliene va dato atto, e credo che mio nonno materno sia stato uno di quelli. Sapevano a cosa andavano incontro e cosa avrebbero pagato. Chapeau. Non per ciò credo che si debba considerare dei “voltagabbana” opportunisti tutti coloro i quali considerarono quello il male minore e comunque la condizione che avrebbe consentito loro di combattere in altro modo il fascismo. E lo fecero davvero.

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