indicibile

L’indicibile

21 giugno 2010

Ludwig Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein – intorno al quale, anche, si è sviluppata la mia tesi di laurea che a qualcuno fa dire qua qua – ci ha insegnato che «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». È un saggio insegnamento che a molti sfugge. La frase, naturalmente, può essere girata e letta in mille modi e ognuno, ammesso abbia imparato a girare e a leggere, può attingere al proprio. Qui vorrei soffermarmi sulla variabile di colui il quale vorrebbe parlare di e a qualcuno, ma ciò gli è in qualche modo impedito, o vi è un ostacolo che non consente di “andare oltre”, o vi è un “oltre” talmente indefinito e vago e spostabile in ogni dove che si stenta a dargli un senso e una direzione. O, ancora, un arrugginimento sedimentatosi nel tempo per accumulo di silenzi motivatissimi ed anche benemeriti, più che rispettosi e civili, finanche amorosi. Dinanzi a tali aggrovigliamenti, a siffatti ingrippamenti, come bielle e pistoni saltati per aria o d’improvviso sottoposti ad un atrito insopportabile, all’ennesima catastrofe manifestatasi – apò-calypsein – d’un botto, il monito del filosofo, o il suggerimento se si preferisce, giunge dissetante, salvifico, a ricordarci che lo scambio di parole è solo una concatenazione, un lapillo di lava, il gemito d’una fontana o, come altrove ho scritto, un sacchetto di patatine o un cestino di ciliegie, dinanzi ai quali non si può che riconoscere che una tira l’altra, ed una volta ingerita la prima si è succubi della seconda e poi della terza e così via. Ci è stata inflitta la condanna del linguaggio – qualora non si volesse riconoscere che invece questo è il dono più grande che mai ci sia stato fatto –, più esattamente la condanna al linguaggio, al servirsene e ad esserne schiavi, e per fuggir da tale inferno o da una così misera prigione, non ci resta che appellarci all’autore del Tractatus, e con lui riconoscere che «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». A nanna, bambini, senza fiatare.