Ingeborg Bachmann

Un senso fra le righe

10 gennaio 2011

Ingeborg Bachmann

Era un po’ di tempo che mi interrogavo su cosa troviamo nei libri, sul perché non sempre rinveniamo in essi, fra lettori diversi, le stesse cose. Poi, in questi giorni, ho letto Il dicibile e l’indicibile di Ingeborg Bachmann, e mentre maturava un nuovo pensiero, o meglio un’impressione che tra poco metterò a fuoco e manifesterò, mi sono imbattuto, anzi, ri-imbattutto, in questa frase tratta da Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust:

«In realtà, ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso. Il riconoscimento dentro di sé, da parte del lettore, di ciò che il libro dice, è la prova della sua verità, e viceversa, almeno in una certa misura, almeno in una certa misura, giacché spesso la differenza fra i due testi può essere imputata non all’autore, ma al lettore».

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Inevitabile poeta

31 luglio 2010

E tuttavia è solo la direzione, il coerente manifestarsi degli stessi problemi, un unico e irripetibile universo di parole, figure e conflitti ciò che può indurci a riconoscere un poeta come inevitabile.

Ingeborg Bachmann

Letteratura come utopia, Milano, Adelphi, 1993, p. 25

Uscire di senno

31 luglio 2010

Ma esistono gli scienziati e i poeti che si rifiutano di abbandonare l’impresa, e vogliono individuare, studiare, indagare e fondare l’Io e rischiano quindi in continuazione di uscire di senno.

Ingeborg Bachmann

Letteratura come utopia, Milano, Adelphi, 1993, p. 58

La lingua sottratta

30 luglio 2010

Ingeborg Bachmann

Noi tutti crediamo di conoscerla, la lingua, e infatti la adoperiamo; non così lo scrittore, lui, lui soltanto, non può adoperarla. La lingua lo spaventa, non gli appare qualcosa di ovvio; essa esiste già, infatti, prima della letteratura, in movimento e in divenire, destinata a un uso che a lui è negato. Per lo scrittore la lingua non è un’inesauribile riserva di materiali cui attingere, non è l’oggetto sociale, il patrimonio indiviso di tutta l’umanità. Per ciò che lo scrittore vuole, per ciò che vuole dalla lingua, essa non ha ancora le carte in regola; e quindi all’interno dei confini che gli sono dati, lo scrittore dovrà fissare i segni della lingua, dovrà riportarla in vita seguendo un rituale, dovrà darle un ritmo che mai essa trova se non in un’opera d’arte letteraria.

Ingeborg Bachmann

Letteratura come utopia, Milano, Adelphi, 1993, p. 24

Roghi

30 luglio 2010

E che cosa fu l’incendio della biblioteca di Alessandria, del quale parliamo ancora dopo duemila anni, come se nel frattempo non fosse andata a fuoco nessuna delle nostre case o delle nostre città? Continuiamo a pensarci, fedeli in mezzo a tante infedeltà. Se questa fedeltà sia da lodare – al pari delle lacrime per Ecuba – non lo sappiamo. Siamo esseri tramandabili e dobbiamo tramandare il meglio. Così a quanto pare è stato stabilito.

Ingeborg Bachmann

Letteratura come utopia, Milano, Adelphi, 1993, p. 87

Chiacchiere

29 luglio 2010

Per questo non credo che oggi i nostri problemi siano quelli che ci vengono affibbiati a forza di chiacchiere, è solo che in tutti noi, ahimè, è troppo forte la tentazione di prendere parte alla chiacchiera generale.

Ingeborg Bachmann

Letteratura come utopia, Milano, Adelphi, 1993, p. 23

Disarmata

29 luglio 2010

Se avessimo la parola, se possedessimo il linguaggio, non avremmo bisogno di armi.

Ingeborg Bachmann

Letteratura come utopia, Milano, Adelphi, 1993, p. 16