L’ombra della sera

Le nostre ombre

31 luglio 2010

L'ombra della sera

Ho atteso l’imbrunire, l’ora del tramonto, quando il sole si getta disfatto nell’orizzonte e questo, accogliente, smette d’esser tale, un orizzonte, una prospettiva, qualcosa che ci conduca oltre. È quella l’ora in cui le ombre si stagliano mostruose fuor di misura, giganti tremuli che condividono con noi solo i piedi, il resto è altrove, allungato sul selciato, come cadaveri putrescenti, abbandonati, solitari.

Sono sagome orrifiche, prive di antropomorfismo, macchie uniformi e scolorate, d’un grigio insignificante. Eppure son quelle che a molti di noi fanno paura. La paura della propria ombra. Del resto di chi averla, sennò? Di chi se non della propria ombra, mai scrutata, mai accolta, pesticciata e derisa. Di chi se non della propria ombra, degli errori commessi o che potrebbero esserlo, della fragilità del proprio giudizio, dell’incapacità di far fronte o di essere all’altezza?

Ma duro è essere ombrosi dinanzi alla propria ombra, sfidarla sul suo terreno, accettare di confondersi con lei e di essere un tuttuno, un reale e un fittizio, un immaginario e un immaginante. Ombrosi, duri, spietati e perciò coraggioso, privi di paura, o disposti a convivere con il tremore, portandolo in spalla fino a piegarsi la schiena e sentir le ginocchia vacillare consapevoli di non poterlo fare.

Ho sognato per anni di possedere una scultura di Giacometti, quelle esili figure che facilmente ricordano il mio corpo fragile e inquieto, e quando molti anni fa me ne andai da Firenze mi regalarono una più abbordabile riproduzione di quel capolavoro etrusco conservato, se non ricordo male, al Museo di Volterra: l’ombra della sera. Non è in mio possesso come molte altre cose a cui forse dovrò rinunciare.

Ma la consistenza di quel bronzo filiforme mi accompagna, in un rito forse un po’ macabro o che a qualcuno può risultare tale, e che tuttavia mi è d’aiuto a non aver paura della mia ombra e, per quanto più è possibile, a non avere proprio paura.