Ludwig Wittgenstein

Una barzelletta rivelatrice

9 settembre 2016

Sigmund Freud

Se non ricordo male, Freud s’è occupato delle barzellette, dando loro dignità di forma espressiva degna d’essere presa in considerazione, non tanto però per il valore intrinseco che si può trovare in quelle storielle, prevalentemente trasmesse in forma orale e volte a scatenare una reazione di ilarità nell’ascoltatore; per lo più brevi, al limite della semplice battuta, che in questo caso mi par paragonabile a un aforisma e cioè ad una delle forme letterarie che io prediligo perché riesce a condensare in una sola frase o poco più quello che ad altri necessita un intero romanzo o un trattato di filosofia; non tanto dunque per la qualità della costruzione narrativa e per i messaggi con esse comunicati, quanto per il bisogno di un individuo di servirsene, per la possibilità che raccontandole ci si nasconda dietro qualcosa e dicendole s’intenda sotto sotto dir altro.

Non so se critici letterari, filosofi, linguisti, semiologi le abbiano approfonditamente studiate e noto la scarsità di informazioni enciclopediche che riguardo ad esse emerge digitando la parola su un motore di ricerca, il quale per lo più indirizza verso stupidari grossolani, giocosi o grevi, improvvisate antologie che mettono in fila tutto quanto è stato recentemente messo in circolazione per scatenare la risata o strappare un sorriso.

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Le cose del silenzio

7 febbraio 2015

Mina

Ci sono cose in un silenzio – cantava Mina – che non aspettavo mai. Fu la prima canzone che Paolo Limiti scrisse per lei e si chiamava La voce del silenzio. Già, la voce del silenzio, come se questo, il silenzio, possa dire, il suo nulla esprima, il niente racchiuso in esso divenga qualcosa ed aspiri al tutto.

La canzone m’è venuta in mente leggendo questa mattina su Repubblica l’articolo di Francesco Erbani che recensisce e dà notizia della pubblicazione del volume di Bice Mortara Garavelli Silenzi d’autore, edito da Laterza, una “collezione privata” di autori che con l’assenza di suoni, con la mancanza di parole, con la voce strozzata in gola si sono cimentati; un’antologia, suppongo, inevitabilmente monca e parziale, incompleta, nella quale sono assenti gli assenti, e certi silenzi tacciono.

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Santificazioni

26 aprile 2014

Karol Wojtyla

Si possono leggere su internet numerosi articoli che portano motivazioni contrarie alla santificazione di Wojtyla e, per quel poco che ho seguito, è francamente difficile, mettendo in fila le azioni compiute da quel longevo Papa, un quadro che abbia odor di santità. Anzi, se la santità fosse qualcosa che ha a che fare con l’etica ed il rispetto umano, saremmo molto lontani da quest’aureola. Ritengo tuttavia che l’attribuzione di queste qualifiche e l’emissione di tali patenti sia questioni tutta interna e di pertinenza nemmeno dei fedeli della Chiesa cattolica, ma delle sole loro gerarchie, anzi, un libero arbitrio del più alto prelato, il Pontefice, e perciò abbia poco senso tentar di chiosare quella decisione che è già presa.

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Un sogno lungo un giorno

2 marzo 2013

Aveva ragione Wittgenstein: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Ma forse la sua verità andrebbe spinta oltre e si dovrebbe far maggiormente tesoro dell’invito al silenzio, alla tesaurizzazione delle parole, ad evitare di queste lo spreco e la dispersione. I suoni purtroppo si sommano ai rumori e il brusio che ne deriva, quella vibrazione di sottofondo, è di disturbo non solo alle orecchie – martellate da clacson, catalitiche, spot, annunci sull’autobus di qual è la prossima fermata ed heavy metal – ma a quella parte di materia grigia che alberga poco distante da esse, proprio lì dietro e alle vibrazioni che questa, la materia grigia, è capace di produrre se solo la si accosta e la si mette in buona compagnia dei – o in relazione proficua con i – solleciti della pelle. Abbiamo cinto il pianeta di una rete che potenzialmente almeno consente a un aborigeno dell’Amazzonia di relazionarsi con un eschimese con il cronometro al posto del calendario, dimenticando che la ragnatela ha lo scopo di far restare impigliati. Abbiamo costipato questo scarabocchio elettrotecnico ed elettromagnetico – atomico per definizione – di 0-1 0-1 capaci di riprodurre alternandosi tra loro l’intero alfabeto in tutte le lingue disponibili e per ciò clonare ogni libro conservato in una biblioteca, ogni articolo pubblicato su un giornale, ogni pensiero affiorato alla mente e anche la Pietà di Michelangelo o i dipinti di Rubens o la foto di Kate Moss o l’intera filmografia di Bergman ed ogni partitura di Vivaldi in tutte le esecuzioni possibili e immaginabili. Occhi e orecchie e presto forse anche le narici sono pronti all’esplosione o all’implosione, ad avvitarsi su se stessi, a conoscere la pesante sostanza della compressione, qualcosa che si dice abbia caratterizzato la materia al momento del Big Bang dal quale tutti saremmo derivati. Potremmo accettarlo come destino ed anzi costruirci sopra una nuova religione votandoci ad essa con fede e devozione. Oppure ribellarci e sperimentare un giorno solo in cui all over the world l’unica scritta visibile è off. Un giorno solo. Tanto per provare. Un’umanità in letargo 24h. Sola con i suoi sogni.

Del vero e del falso

6 ottobre 2012

A detta di sacre scritture, alle quali poco credo pur avendone rispetto e desiderio di conoscenza, la maledizione più atroce che ci sia stata inflitta dal gran burbero incanutito è quella di dover lavorare col sudore della propria fronte, condanna contigua o complementare all’altra di provar vergogna del proprio corpo ignudo fino a doverlo rivestire di almeno una foglia di fico, e, per quella strada, di viver assai meno genuinamente i bollori della nostra epidermide e il desiderio di incontrarsi.

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Il dubbio

16 aprile 2011

È un mestiere duro. Duro e difficile. E poco remunerativo. Ma quando lo si è appreso, come molte cose nella vita, scordarlo è quasi impossibile: se impari a sciare, o a nuotare, puoi anche smettere di farlo, ma la capacità resta dentro, appiccicata come una pelle, questa però interiore.

Quel mestiere se lo sono inventati Pirrone di Elide (360-275 a.C.) e il suo discepolo Timone di Fliunte (ca. 320 a.C. – ca. 230 a.C.).  Si chiama scetticismo e prende origine dalla parola greca Σκέψις (sképsis), che vuol dire “ricerca”, “dubbio”.

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Un senso fra le righe

10 gennaio 2011

Ingeborg Bachmann

Era un po’ di tempo che mi interrogavo su cosa troviamo nei libri, sul perché non sempre rinveniamo in essi, fra lettori diversi, le stesse cose. Poi, in questi giorni, ho letto Il dicibile e l’indicibile di Ingeborg Bachmann, e mentre maturava un nuovo pensiero, o meglio un’impressione che tra poco metterò a fuoco e manifesterò, mi sono imbattuto, anzi, ri-imbattutto, in questa frase tratta da Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust:

«In realtà, ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso. Il riconoscimento dentro di sé, da parte del lettore, di ciò che il libro dice, è la prova della sua verità, e viceversa, almeno in una certa misura, almeno in una certa misura, giacché spesso la differenza fra i due testi può essere imputata non all’autore, ma al lettore».

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L’indicibile

21 giugno 2010

Ludwig Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein – intorno al quale, anche, si è sviluppata la mia tesi di laurea che a qualcuno fa dire qua qua – ci ha insegnato che «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». È un saggio insegnamento che a molti sfugge. La frase, naturalmente, può essere girata e letta in mille modi e ognuno, ammesso abbia imparato a girare e a leggere, può attingere al proprio. Qui vorrei soffermarmi sulla variabile di colui il quale vorrebbe parlare di e a qualcuno, ma ciò gli è in qualche modo impedito, o vi è un ostacolo che non consente di “andare oltre”, o vi è un “oltre” talmente indefinito e vago e spostabile in ogni dove che si stenta a dargli un senso e una direzione. O, ancora, un arrugginimento sedimentatosi nel tempo per accumulo di silenzi motivatissimi ed anche benemeriti, più che rispettosi e civili, finanche amorosi. Dinanzi a tali aggrovigliamenti, a siffatti ingrippamenti, come bielle e pistoni saltati per aria o d’improvviso sottoposti ad un atrito insopportabile, all’ennesima catastrofe manifestatasi – apò-calypsein – d’un botto, il monito del filosofo, o il suggerimento se si preferisce, giunge dissetante, salvifico, a ricordarci che lo scambio di parole è solo una concatenazione, un lapillo di lava, il gemito d’una fontana o, come altrove ho scritto, un sacchetto di patatine o un cestino di ciliegie, dinanzi ai quali non si può che riconoscere che una tira l’altra, ed una volta ingerita la prima si è succubi della seconda e poi della terza e così via. Ci è stata inflitta la condanna del linguaggio – qualora non si volesse riconoscere che invece questo è il dono più grande che mai ci sia stato fatto –, più esattamente la condanna al linguaggio, al servirsene e ad esserne schiavi, e per fuggir da tale inferno o da una così misera prigione, non ci resta che appellarci all’autore del Tractatus, e con lui riconoscere che «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». A nanna, bambini, senza fiatare.