Marcel Proust

Else e i trucchi 2.0

2 giugno 2015

Il numero di domenica 31 maggio de “La lettura”, l’inserto domenicale del Corriere della Sera, proponeva la rilettura, o il rimaneggiamento, che 4 scrittori contemporanei – Fabio Genovesi, Paolo Di Stefano, Charles Dantzig e Clara Sànchez – hanno fatto di altrettanti classici, anzi capolavori, ovvero sia, in ordine, Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, I promessi sposi di Alessandro Manzoni, Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e Dottor Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson.

La particolarità della rilettura è data dall’irruzione nelle trame datate rispettivamente 1891, 1840, 1913-27 e 1886, di “oggetti e pratiche della contemporaneità digitale”, sì che l’uomo più bello del mondo, immortalato sulla tela da Basil Hallward in seguito ad un baratto già sperimentato da Faust in tutte le sue varie versioni, possa schernire l’elisir di eterna giovinezza, assurto a teorema del desiderio di decadenza sperimentato dall’uomo borghese occidentale, a vantaggio del social partorito da Zuckerberg-Montagna di saccarosio, il quale, nell’immagine del profilo, consente di presentarsi come si era quando la febbre del sabato sera la si condivideva con John Travolta.

Parimenti il Tramaglino è presentato nel suo errabondare ebbro in Brianza o da quelle parti non con un Tom Tom go in mano, ma con Google maps aperto sullo smartphone – dio mio come si parla! – al quale è attribuita la miracolosa capacità di sciogliere gli intricati intrecci dell’ostacolata tresca dell’odiatissimo romanzo scolastico di cui altro non si può dire in età adulta se non che sia scritto in punta di penna.

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Inconfessabili lacune

4 agosto 2014

Sui giornali di ieri, domenica 3 agosto – Repubblica e Corriere, intendo, a riprova dell’esistenza della casualità – sono state raccolte due illustri testimonianze di chi ha faticato o ha rinunciato a leggere Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust.

Una delle due è quella di un giornalista che per me è sempre stato un faro nella notte, Piero Ottone, maestro di aplomb e understatement, azzeccate parole straniere al posto delle quali esiste senz’altro un’alternativa italiana, ma di cui, a differenza di meeting e location, merita servirsene.

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Reminescenze

8 marzo 2011

Un gettone telefonico

In molti, su Facebook, hanno pubblicato o stanno pubblicando un piccolo video che ricorda i trastulli più o meno seri di quelli che, anno più anno meno, appartengono alla mia generazione. Il video è facilmente riconoscibile perché la prima immagine è un ormai introvabile gettone telefonico, l’unico modo con cui un tempo si poteva chiamare casa da fuori, quello con cui all’inizio telefonavo a l’Unità per dettare i miei articoli se mii trovavo lontano dalla redazione o da una sezione del Pci, e dall’altra parte c’era una dimafonista come la Tamara.

La galleria di reminescenze potrebbe ispirare qualche altro Philippe Delerme che qualche anno fa, nel 1997, scrisse, a mio parere sulla scia del sapore della Madaleine di Proust, con brio e attenta osservazione, La prima sorsata di birra altri piccoli piaceri della vita.

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Un senso fra le righe

10 gennaio 2011

Ingeborg Bachmann

Era un po’ di tempo che mi interrogavo su cosa troviamo nei libri, sul perché non sempre rinveniamo in essi, fra lettori diversi, le stesse cose. Poi, in questi giorni, ho letto Il dicibile e l’indicibile di Ingeborg Bachmann, e mentre maturava un nuovo pensiero, o meglio un’impressione che tra poco metterò a fuoco e manifesterò, mi sono imbattuto, anzi, ri-imbattutto, in questa frase tratta da Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust:

«In realtà, ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso. Il riconoscimento dentro di sé, da parte del lettore, di ciò che il libro dice, è la prova della sua verità, e viceversa, almeno in una certa misura, almeno in una certa misura, giacché spesso la differenza fra i due testi può essere imputata non all’autore, ma al lettore».

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La politica ritrovata. XIV. Verso un nuovo paradigma

30 novembre 2010

XIV. Verso un nuovo paradigma

Elie Wiesel

Revelli, dunque, auspica – o sollecita o pretende o invoca, quasi supplica – ma non elabora, non propone un «nuovo paradigma [...] per una politica dell’“al di là”»[1].

Mette infatti in guardia dalle minacce che si addensano sulla politica «se non si riuscirà a elaborare in fretta, per lo meno un abbozzo, di “nuovo paradigma” [...] che sappia misurarsi in forma meno distruttiva del passato – nel nuovo spazio che siamo chiamati ad abitare – con la questione esplosiva del Male [... ed elaborare] un’inedita teodicea all’altezza della sfida (disumana) dei tempi»[2].

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A tu per tu con lo scrittore

14 settembre 2010

Alcuni giorni fa, il 12 settembre per l’esattezza, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo molto interessante di Alessandro Piperno intitolato Scrittori? meglio non conoscerli (di Persona). L’autore scandaglia il voyeurismo dei lettori, il narcisismo e la riservatezza o il pudore degli autori, la distanza fra la vita di chi scrive e ciò che finisce sulle sue pagine, portando illustri supporti alla comprensione dell’argomento: Proust, Leopardi, Kundera, Rousseau, Nabokov, Salinger.

Franz Kafka

Benché abbia pubblicato un libro di racconti e altri ne abbia scritti, non mi piace definirmi scrittore. Ho campato finora d’altro: sempre lavoro di penna, è vero, ma un conto è fare il giornalista, altro essere un letterato.

Quella che, per passione o affinità mentale, reputo grande letteratura è prevalentemente poco autobiografica, ma in questo genere, che pur esiste in larga misura nello sterminato scaffale della libreria umana, vi sono opere eccezionali che, benché parlino in prima persona, guardano assai poco al proprio ombellico. Non credo siano molti gli scrittori che si sono messi alla scrivania cacciando fuori dalla stanza se stessi. Un conto è mettere delle distanze, un altro dissociarsi. Certo raccontare che ci si è alzati, si è fatto pipì, si è preso il caffè e così via fino all’ora in cui ci corica ha poco a che vedere con quello che solitamente intendiamo con letteratura, anche se si potrebbe scrivere un capolavoro sminuzzando ogni minuto d’ogni ora d’una sola giornata e c’è chi sicuramente l’ha fatto.

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Il dono della modestia

9 maggio 2010

Piero De Bernardi

Avevo sedici anni. Giravo con un Morini 125 che avevo comprato da mio fratello Davide, a cui mio padre lo aveva regalato. Ero innamorato perso di Cristiana come dopo lo son stato credo solo della mia ex moglie. Guendalina era una sua amica. La sua amica del cuore. Ma a noi tutti stava sulle palle. La chiamavamo la papalina. Era bigotta e sanfedista. Scontrosa e snob. E purtroppo per i suoi figli e per chi le voleva bene, l’orrida mano di un tumore se l’è portata via troppo presto. Non mi stava simpatica, ma cazzo!, così non si fa.

Il 6 febbraio di quest’anno Cristiana mi ha chiesto di accompagnarla a Roma perché alla Casa del cinema c’era la commemorazione di quello che lei ha considerato il suo babbo numero due, un po’ come io ho fatto con Giorgio Jorio. Il suo babbo numero due si chiamava Piero De Bernardi ed era, ma l’ho scoperto solo il 6 febbraio di quest’anno, il padre della vituperata Guendalina.

Piero De Bernardi è morto a Milano l’8 gennaio del 2010 dopo aver passato la maggior parte della sua vita a Roma, e spero che Prato, città dov’era nato nel 1926, un qualche tributo glielo dedichi. Perché Piero De Bernardi è stato uno dei più grandi sceneggiatori d’Italia, ma a giudicare da alcuni dei suoi film, si potrebbe dire anche del mondo. Per esempio è lui che ha scritto C’era una volta in America di Sergio Leone, zigzagando in avanti e a ritroso nel tempo mettendoci in mezzo anche una bella citazione dalla Recherce di Proust. Sua è anche la saga di Amici miei il cui prequel vien girato proprio in questi giorni.
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Plagi

26 febbraio 2010
Cyrano de Bergerac

Cyrano de Bergerac

Il mio è solo un sospetto. Le accuse semmai verranno dopo. Qualcuno mi ha fatto sentire il principe canterino. Intendo dire quello che va a Sanremo in una Repubblica che ha detto no alla monarchia e con ciò reso inapplicabile ogni titolo nobiliare ed è stata così magnanima da rabbonirsi e por fine all’esilio dei venditori della Patria che impuniti sparano alla gente sullo yacht e poi spacciano puttane e prostituiscono cocaina. Non sto a rimestar l’argomento, c’è chi l’ha fatto prima, meglio di me e con più dovizia di particolari. Mi limito ad ascoltar le mie orecchie, incolte da un punto di vista professionale, ma dedite ad ascoltar buoni suoni. [Continua a leggere >>]