Marina Morpurgo

Ladri onorevoli

12 gennaio 2015

Andrea Barbato

Sollecitato dagli inaspettati, vasti e positivi apprezzamenti a quanto ho scritto in La severità smarrita, mi sento in dovere di precisare meglio, o forse solo aggiungere qualche ulteriore specificazione, a proposito del disegno di legge di riforma delle norme relative alla diffamazione a mezzo stampa di cui si sta discutendo alla Camera; del caso dell’ex collega de “l’Unità” di Milano Marina Morpurgo, rinviata a giudizio per aver stigmatizzato sulla propria bacheca di Facebook la pubblicità di una scuola privata che si avvale dell’immagine di una lolita con fiocco e acuminato rossetto rosa per promuovere i propri corsi per estetiste con “idee chiare in testa”; e, infine, dei mal di pancia della categoria professionale alla quale ancora appartengo e dell’insaziabile voglia di bavaglio che la politica sembra avere nei confronti di chi, potenzialmente almeno, dovrebbe ignudare il re.

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La severità smarrita

10 gennaio 2015

Da quello che ho letto, alla Camera si sta discutendo un disegno di legge di riforma delle norme relative alla diffamazione a mezzo stampa, con il quale sostanzialmente si abolirebbe il ricorso alla reclusione – ora da 6 mesi a 3 anni – nel caso un tribunale accerti che un giornalista pubblicamente, e nella fattispecie servendosi di un media capace per sua natura di espandere l’audience, “offenda l’altrui reputazione”.

Questa infatti è la definizione di “diffamazione” data dal Codice penale (art. 595), uno dei due capisaldi di quello che, finché non si siano cambiate le norme, si può o non si può fare: “l’offesa dell’altrui reputazione” arrecata “comunicando con più persone” (anche in una piazza dinanzi a vari testimoni), aggravata se effettuata “col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico”, in altre parole estendendo la platea degli uditori.

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