Maurizio Pallante

Del sostenibile

6 ottobre 2010

Il titolo, diciamolo, era più che invitante: La felicità sostenibile. Anche per questo l’ho letto. E poi perché sapevo che rientrava in un filone di idee che mi incuriosisce non poco e che spero abbia uno sviluppo, perché se restiamo legati ai parametri a cui ci siamo abituati, da quelli delle convenzioni a quelli della logica, dell’economia, della politica e della filosofia, sento – e mi va di sottolineare il verbo sentire anziché pensare – che si andrà da poche parti. Pensieri trasversali, nuove frontiere, luoghi comuni e concetti scontati messi da parte, di questo avverto il bisogno e non ho ancora un orientamento preciso.

Per cui ho preso il libro di Maurizio Pallante e me lo sono letto. Quella parola, “felicità”, nel mio vocabolario personale è stata emarginata molti molti anni fa, forse anche troppo, intendo dire anche quando in realtà quel sentimento ho provato e avrei dovuto avere l’onestà di ammetterlo. Lasciandola tuttavia a una ricerca che ha in Epicuro il suo cuore e che merita di essere scandagliata. Ma qui, credo, più che il sostantivo era l’aggettivo che mi interessava: il sostenibile. Anche questa parola abusata e abluzionata, gargarismizzata e colluttoriata. E tuttavia densa di significato.

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