Nabokov

A tu per tu con lo scrittore

14 settembre 2010

Alcuni giorni fa, il 12 settembre per l’esattezza, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo molto interessante di Alessandro Piperno intitolato Scrittori? meglio non conoscerli (di Persona). L’autore scandaglia il voyeurismo dei lettori, il narcisismo e la riservatezza o il pudore degli autori, la distanza fra la vita di chi scrive e ciò che finisce sulle sue pagine, portando illustri supporti alla comprensione dell’argomento: Proust, Leopardi, Kundera, Rousseau, Nabokov, Salinger.

Franz Kafka

Benché abbia pubblicato un libro di racconti e altri ne abbia scritti, non mi piace definirmi scrittore. Ho campato finora d’altro: sempre lavoro di penna, è vero, ma un conto è fare il giornalista, altro essere un letterato.

Quella che, per passione o affinità mentale, reputo grande letteratura è prevalentemente poco autobiografica, ma in questo genere, che pur esiste in larga misura nello sterminato scaffale della libreria umana, vi sono opere eccezionali che, benché parlino in prima persona, guardano assai poco al proprio ombellico. Non credo siano molti gli scrittori che si sono messi alla scrivania cacciando fuori dalla stanza se stessi. Un conto è mettere delle distanze, un altro dissociarsi. Certo raccontare che ci si è alzati, si è fatto pipì, si è preso il caffè e così via fino all’ora in cui ci corica ha poco a che vedere con quello che solitamente intendiamo con letteratura, anche se si potrebbe scrivere un capolavoro sminuzzando ogni minuto d’ogni ora d’una sola giornata e c’è chi sicuramente l’ha fatto.

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Incazzate

31 marzo 2010

Qualcuno che ha letto il libro mi ha fatto i complimenti. Molti sono stati zitti. Ma quelli che mi hanno colpito e mi sono piaciuti di più sono quelli, anzi quelle, che si sono incazzate. Reazioni forti. Critiche dure, pesanti, dirette. Senza freni. In un caso per aver dilagato con dolore e tristezza in una visione serena della vita. Io sono felice e tu mi addolori. Aveva ragione Primo Levi: non si deve spargere al vento la propria angoscia. Non la si trasmette al lettore. Non si scrive dei lemming e della loro inclinazione al suicidio. Secondo caso, seconda critica, legittima, accolta: in “Specchio retrovisore” in qualche maniera legittimi la pedofilia, lasciando che il protagonista nutra sentimenti o passioni verso minorenni indifese. Replico: non c’è niente di agìto e il cuore del racconto è tutt’altro, le bambine sono marginali e più simboliche che sostanziali. Ma accolgo la critica, ci rifletto. E ribadisco il mio orrore, la mia lontananza, la mia repulsione. Pazzi sì, ma non fino a quel punto. Senza quell’angolo di cervello, però, non esisterebbe né “Morte a Venezia” di Thomas Mann, né una riga di Nabokov. L’umanità forse ne sarebbe arricchita, la letteratura no. Comunque grazie amiche, grazie lettrici. Grazie per esservi incazzate leggendo.