Paolo Mieli

Liberi di non esserlo

25 aprile 2013

Lo scorso anno – come ho avuto occasione di spiegare qui – non mi sono potuto permettere di iscrivermi all’Anpi, l’Associazione nazionale dei partigiani d’Italia, alla quale aderisco – lo si può evincere da qui – come “antifascista” perché le alternative sono “partigiano” – e questo anagraficamente è impossibile oltre che verificabile solo dopo un’inconfutabile prova – o “patriota”, la qual qualifica, soprattutto dopo l’avvio dell’Unione europea, mi è oscura. Non avevo i soldi per farlo essendo agli sgoccioli anche dell’assegno di disoccupazione che per due anni mi ha tenuto in vita.

Aver ritrovato un lavoro mi dà anche questa possibilità. Da cui se ne dovrebbe dedurre che pur di avere possibilità come quella si dovrebbe essere disposti a tutto, perché solo così si può essere liberi. Durante il fascismo per poter lavorare bisognava prendere la tessera del Partito fascista. Altrimenti a casa. Qualcuno s’è ostinato a non farlo e gliene va dato atto, e credo che mio nonno materno sia stato uno di quelli. Sapevano a cosa andavano incontro e cosa avrebbero pagato. Chapeau. Non per ciò credo che si debba considerare dei “voltagabbana” opportunisti tutti coloro i quali considerarono quello il male minore e comunque la condizione che avrebbe consentito loro di combattere in altro modo il fascismo. E lo fecero davvero.

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