parole

Vendere fumo

21 agosto 2010

Eppure ci si potrebbe sforzare e farsi venire un’idea. Se c’è chi vende fumo, da un fumo magari profumato o intriso di qualche conoscenza, un po’ d’esperienza e anche un po’ di professione, forse se ne può trarre uno stipendio. Il primo, quello di vendere fumo, è un mestiere assai diffuso. Lo fa il monopolio di Stato e io lo foraggio lautamente. Lo fa una miriade di spacciatori, professionisti o occasionali, che all’occorrenza ti trovano anche altro. Lo fa una pletora di mestieranti altrimenti qualificati che dispensano strategie, scelte, consigli, pronostici, predizioni, acumi e quant’altro.

C’è anche chi vende un altro fumo: una spessa cortina talvolta irrespirabile, finiti nella quale si è talmente confusi che non si capisce più niente e allora ogni cosa è lecita e si può fare una meravigliosa gran confusione. Alludo a chi depista, a chi inquina.

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Mezzi discorsi

14 agosto 2010

L’associazione è immediata. Dal post precedente, Discorsi a mezzo, a questo, Mezzi discorsi, il passo è breve. Si parla naturalmente di due cose diverse. Nel primo i discorsi ci sono stati e poi si sono interrotti e quelli che ci sono stati, per quanto proseguibili, in qualche maniera sono stati compiuti, hanno un inizio e una fine, vivono di vita propria. Anche i secondi, in realtà, sono compiuti, con un inizio e una fine e vivono di vita propria. Ma a differenza dei primi non sono stati interrotti. Più degli altri sono compiuti, con un inizio e una fine e vivono di vita propria.

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Discorsi a mezzo

13 agosto 2010

Spesso ci si salva interrompendo una discussione. Il silenzio puà essere l’unico modo per evitare una degenerazione. È una pena che s’infligge, può essere la più sofisticata delle vendette, la più oculata delle scelte, la più amorosa delle premure. L’assenza di parole, come ci hanno spiegato i figli di Bateson da Palo Alto (Vedi Parole/silenzio del 24 luglio scorso), è una modalità straordinaria di comunicazione, loquace e significativa più di qualsiasi altra frase o costrutto grammaticale o emissione di suono.

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L’indicibile

21 giugno 2010

Ludwig Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein – intorno al quale, anche, si è sviluppata la mia tesi di laurea che a qualcuno fa dire qua qua – ci ha insegnato che «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». È un saggio insegnamento che a molti sfugge. La frase, naturalmente, può essere girata e letta in mille modi e ognuno, ammesso abbia imparato a girare e a leggere, può attingere al proprio. Qui vorrei soffermarmi sulla variabile di colui il quale vorrebbe parlare di e a qualcuno, ma ciò gli è in qualche modo impedito, o vi è un ostacolo che non consente di “andare oltre”, o vi è un “oltre” talmente indefinito e vago e spostabile in ogni dove che si stenta a dargli un senso e una direzione. O, ancora, un arrugginimento sedimentatosi nel tempo per accumulo di silenzi motivatissimi ed anche benemeriti, più che rispettosi e civili, finanche amorosi. Dinanzi a tali aggrovigliamenti, a siffatti ingrippamenti, come bielle e pistoni saltati per aria o d’improvviso sottoposti ad un atrito insopportabile, all’ennesima catastrofe manifestatasi – apò-calypsein – d’un botto, il monito del filosofo, o il suggerimento se si preferisce, giunge dissetante, salvifico, a ricordarci che lo scambio di parole è solo una concatenazione, un lapillo di lava, il gemito d’una fontana o, come altrove ho scritto, un sacchetto di patatine o un cestino di ciliegie, dinanzi ai quali non si può che riconoscere che una tira l’altra, ed una volta ingerita la prima si è succubi della seconda e poi della terza e così via. Ci è stata inflitta la condanna del linguaggio – qualora non si volesse riconoscere che invece questo è il dono più grande che mai ci sia stato fatto –, più esattamente la condanna al linguaggio, al servirsene e ad esserne schiavi, e per fuggir da tale inferno o da una così misera prigione, non ci resta che appellarci all’autore del Tractatus, e con lui riconoscere che «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere». A nanna, bambini, senza fiatare.

Faber fortunae suae

21 marzo 2010

La fortuna è un dono. O ce l’hai  o non ce l’hai. Sì, certo, faber fortunae suae. Ognuno lo è e risponde di quel che fa. Nel bene e nel male ed anche al di là di entrambi, se se la sente. Ma un pizzico di culo non guasta: pardon, madame! Io di fortuna ne ho avuta a pacchi, a bizzeffe, a chili. Ho avuto anche le mie sfortune e pure qualche sfiga (pardon, madame!), ma se tiro una riga non vedo cifre in rosso, se non quelle che mi attendono per volere d’un giudice e per rabbia d’una donna. Va be’. Per esempio ho avuto la fortuna di lavorare in tre redazioni dove la maggior parte dei presenti non erano dei cretini e neanche delle iene e neppure delle vipere. Anche ora è così. Ne vado fiero.

Raccontare – Maurizio Maggiani ne Le parole e il silenzio di Paolo Ciampi e Massimo Orlandi [Continua a leggere >>]