pedofilia

Pedofili

18 agosto 2010

Questo brano tratto dal mio racconto Specchio retrovisore, mi è costato l’accusa di condividere l’ideologia, o almeno il modo di pensare, dei pedofili e, pertanto, di giustificarne in qualche maniera l’operato.

Specchio retrovisore

«Comparve dinanzi ai miei occhi una ragazzina che indossava una maglietta colorata, rosa e verde, e sbiadita, come quella che avevo notato nei vicoli bui della città da poco abbandonata. Aveva una gonna corta sotto la quale comparivano lunghe gambe magre, fasciate da calze di lana azzurra.

Strinsi il mio capo nelle mani, come se volessi cancellare quell’inaspettata apparizione. Senza riuscirci. Continuai a seguirla, con gli occhi, nei suoi innocenti giochi con gli amici, e più la guardavo più provavo turbamento.

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Mai, mai, mai

11 aprile 2010

Sono frasi dure. Certamente discutibili. Forse criticabili. Non le riporto per offendere l’animo dei credenti. Ma credo interpretino quello che molti di noi hanno provato in queste ultime settimane. Se lo ritroverò, aggiungerò anche un articolo letto sull’argomento che mi sembra molto interessante.

La locandina del Vernacoliere della settimana scorsa

Scritta su un muro di Firenze

Bambini

3 aprile 2010

Non so come mi è arrivata una mail che mi manda su red-un’altra vita, un bel blog. Dentro ci sono cose interessanti.

Lì ho riascoltato questa canzone splendida di Sergio Endrigo su testo di Gianni Rodari, direi lo scrittore del primo libro che ho letto in vita mia, se non ricordo male.
Se siete contrari come me alla pedofilia – senza per questo diventar come fanno molti leghisti giustizieri della notte (Charles Bronson ci piaceva rivoluzionario messicano, non fascista metropolitano, per quanto vessato dal mondo) – andate a vedere a Pisa, come ho fatto io recentemente, la mostra dedicata a Lele Luzzati. Comprate il catalogo e regalatelo a una mamma che lo regali al suo bambino, o alla sua bambina. Guardando quelle illustrazioni i piccoli diventeranno meglio dei loro genitori, che già sono belli di loro, anche se a volte annaspano. Conosco le cose di Luzzati, ovviamente, da quando ero un bambino, poi le ho riviste, anche recentemente, da Elena Gianini Belotti che ne è stata amica. Elena, fra le tante cose che ha fatto, ha scandagliato con lucidità e rigore i rapporti tra adulti e adolescenti o fra adulti e bambini. Ha indagato i sentimenti ambigui delle mamme verso i figli o dei figli verso le madri. Consiglio di rileggerla. Anzi: di ripubblicarla.

Lele Luzzati

Incazzate

31 marzo 2010

Qualcuno che ha letto il libro mi ha fatto i complimenti. Molti sono stati zitti. Ma quelli che mi hanno colpito e mi sono piaciuti di più sono quelli, anzi quelle, che si sono incazzate. Reazioni forti. Critiche dure, pesanti, dirette. Senza freni. In un caso per aver dilagato con dolore e tristezza in una visione serena della vita. Io sono felice e tu mi addolori. Aveva ragione Primo Levi: non si deve spargere al vento la propria angoscia. Non la si trasmette al lettore. Non si scrive dei lemming e della loro inclinazione al suicidio. Secondo caso, seconda critica, legittima, accolta: in “Specchio retrovisore” in qualche maniera legittimi la pedofilia, lasciando che il protagonista nutra sentimenti o passioni verso minorenni indifese. Replico: non c’è niente di agìto e il cuore del racconto è tutt’altro, le bambine sono marginali e più simboliche che sostanziali. Ma accolgo la critica, ci rifletto. E ribadisco il mio orrore, la mia lontananza, la mia repulsione. Pazzi sì, ma non fino a quel punto. Senza quell’angolo di cervello, però, non esisterebbe né “Morte a Venezia” di Thomas Mann, né una riga di Nabokov. L’umanità forse ne sarebbe arricchita, la letteratura no. Comunque grazie amiche, grazie lettrici. Grazie per esservi incazzate leggendo.

L’incipit di “Specchio retrovisore”

18 marzo 2010
Galleria del Melarancio

Galleria del Melarancio

Era molto tempo che avevo promesso di andare a trovarlo. Per un motivo o per un altro non l’avevo mai fatto. Lui, di carattere ombroso, e in più per una sorta di gioco al raddoppio, rimarcava spesso la mia mancanza, attribuendole un significato che lui stesso sapeva non esistere, quello del disinteresse.