Pier Paolo Pasolini

La parola “unità”

23 settembre 2013

Sullo sfondo dei ragionamenti fatti – in maniera quasi scherzosa e sul filo dell’irriverenza nei confronti di un’amica con cui ho effettivamente condiviso riflessioni relative all’uso delle parole io, tu, noi e l’altro – riguardo l’individualità, l’appartenenza e la comunità, pubblicati nel post Quel pronome pleonastico, c’è un’altra questione ed anch’essa mi ha indotto a soffermarmi sull’argomento e proporlo al lettore, seppur, come ho scritto, in una chiave quasi ironica e sbarazzina. L’altra questione è quella dell’unire e del dividere, cioè del cooperare e del combattersi, della pace e del conflitto, delle alleanze e delle contrapposizioni, del rendersi responsabili e del sottrarsi alle scelte.

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La lezione di PPP

3 novembre 2012

Pier Paolo Pasolini

Bisogna stare attenti a non impossessarsi del pensiero altrui facendolo diventare il proprio, o, peggio, storpiandolo nel proprio, piegandolo a proprio uso e consumo. In particolare accostandosi al pensiero di quanti, in troppi, anche con intenti diametralmente opposti, vorrebbero suggellare come il proprio capostipite, la fonte a cui si sono abbeverati e, per questa strada, accreditarsi quali genuini eredi, legittimi discendenti. Per ciò è opportuno che torni sui temi trattati nel post intitolato Omologazione culturale, scritto qualche giorno fa.

Sto leggendo e ri-leggendo Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini ed è indispensabile che dichiari di non essere mai stato un “pasoliniano”. Conosco poco, pochissimo, della sua opera letteraria (critica, poetica, narrativa). Non ho mai amato particolarmente i suoi film che, senza nulla voler togliere loro, mi sono sembrati “esagerati”, volutamente e fastidiosamente provocatori per essere provocatori. Complice l’ideologia che proprio in quegli anni cercavo di assimilare, ho diffidato di lui e di quello che leggevo da giovane sui giornali quand’era ancora in vita e considerava me e quelli come me aderenti alla gioventù comunista, appartenenti alla striminzita scialuppa ancora in grado di restare a galla nel Maelstrom incipiente. Diffidavo, ma sentivo che bisognava ascoltarlo, capirlo, che poteva essere provocatorio ma era intelligente, acuto, attento.

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Omologazione culturale

1 novembre 2012

Scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1974:

Pier Paolo Pasolini

«L’omologazione “culturale” che ne è derivata riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale è mutato nel senso che si è estremamente unificato. La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili. Nel comportamento quotidiano, mimico, somatico non c’è niente che distingua – ripeto, al di fuori di un comizio o di un’azione politica – un fascista da un antifascista (di mezza età o giovane: i vecchi, in tal senso possono ancora essere distinti tra loro). Questo per quel che riguarda i fascisti e gli antifascisti medi. Per quel che riguarda gli estremisti, l’omologazione è ancor più radicale». (Gli italiani non sono più quelli, “Corriere della Sera”, 10 giugno 1974, in Scritti Corsari, Milano, Garzanti, 19762, pp. 53-4)

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La politica ritrovata. XVIII. La politica degli impolitici

4 dicembre 2010

XVIII. La politica degli impolitici

Hannah Arendt

Se, in tempi di accreditato revisionismo e di opportunistici pudori “politically correct” il riferimento a Lukács e a Lenin dovesse risultare esageratamente blasfemo, si possono trovare altrove riflessioni – di cui abbiamo già dato conto – che inducono a considerazioni similari.

Scriveva Primo Levi nel racconto Vanadio compreso nella raccolta Il sistema periodico:

Nel mondo reale gli armati esistono, costruiscono Auschwitz, e gli onesti ed inermi spianano loro la strada: perciò di Auschwitz deve rispondere ogni tedesco, anzi ogni uomo, e dopo Auschwitz non è più lecito essere inermi[1].

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Con l’aiuto di Pier Paolo

26 novembre 2010

Pier Paolo Pasolini

Considerato che con il post Errata corrige siamo in tema di correzioni, apportiamo una modifica o un aggiustamento di tiro anche a un’altra cosa scritta ieri: Con gli studenti, con i poliziotti. Avrei dovuto altrimenti intitolarlo Leggete Pasolini, rivolgendomi a universitari e questurini, affinché siano loro che, non avendo vissuto quella stagione, possano oggi aver maggior consapevolezza di ciò che stanno facendo e prendano meglio le misure a ciò che accade loro intorno.

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Con gli studenti, con i poliziotti

25 novembre 2010

Nel 1978 o 1979, se non ricordo male, da poco cronista e direi ancora con l’eskimo addosso, fui mandato a seguire un’assemblea organizzata da Autonomia operaia alla casa dello studente di viale Morgagni a Firenze. A quell’età e con quell’abito avrei forse potuto passare inosservato, anche se erano in molti, dall’altra parte a conoscermi. E bisognava  passare  inosservati,  perché il

Pier Paolo Pasolini

nemico numero uno era proprio il Pci, il suo quotidiano l’Unità, e i giornalisti che vi lavoravano.

Un collega idiota che è ancora in circolazione – all’epoca lavorava a La Città –, ebbe la bella idea di additarmi in pubblico come “il cronista dell’Unità” ed ebbi fortuna a riuscire ad allontanarmi dall’assemblea solo con un po’ di sputi e spintoni. Ma non è di questo che volevo scrivere.

Quel ricordo m’è tornato alla mente vedendo i filmati degli scontri che ci sono stati oggi in varie Università italiane: avrei voluto essere al Polo di Novoli per vedere e raccontare di persona, come farebbe un bravo cronista.

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