poesia

Quel “fare” magico

17 agosto 2010

Ernst Cassirer

Non mastico bene la poesia. È mancata alla mia dieta. Non ho perciò gli strumenti per valutarla se non quello dell’emozione dinanzi a un verso che mi colpisce, che mi arriva in fondo a non so dove.

Certo, ci sono strofe che non possono lasciare indifferenti. Ne ho molte che girano per la mia testa. Direi in molte lingue: italiano, latino, greco, inglese, tedesco, spagnolo, francese. Spesso la loro bellezza è proprio lì, nella lingua originale. Suonano meglio, vanno dritte alla meta. Forse è un linguaggio universale, come la musica, non pretende vocabolari.

Evito di scrivere in versi e se lo faccio lo faccio male e ad ora incerta come mi ha insegnato il maestro. Ascolto volentieri chi sa pronunciare quele frasi interrotte da a capo o barre di separazione.

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Inevitabile poeta

31 luglio 2010

E tuttavia è solo la direzione, il coerente manifestarsi degli stessi problemi, un unico e irripetibile universo di parole, figure e conflitti ciò che può indurci a riconoscere un poeta come inevitabile.

Ingeborg Bachmann

Letteratura come utopia, Milano, Adelphi, 1993, p. 25

Sancho: dalle parole al poema

6 luglio 2010
www.visionidellamarezza.it

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La dominante è l’albero. Lui c’è sempre. L’acqua, il cielo, le case, il reticolato, i fili dell’alta tensione, la neve compaiono ma alternandosi, lui invece, l’albero, c’è sempre. Solitario, sofferente, resistente, associato, impercettibile c’è sempre. Talvolta ha le foglie, talvolta solo i rami, il tronco c’è sempre, sfuggono semmai le radici. Scriveva Kafka: «Infatti noi siamo come tronchi di alberi nella neve. In apparenza giacciono raso terra e con una piccola spinta si dovrebbe poterli smuovere. No, non si può, che sono saldamente legati alla terra. Ma vedete anche questa è soltanto apparenza».

Il titolo del libro consultabile on line è visioni dell’amarezza e la scelta di usar la minuscola pervade ogni pagina, salta l’obbligo del punto, rende continuativa la lettura, sbattezza gli autori trapassandoli dal nome proprio alla genericità. È un libro di foto, e chi le ha fatte, immobilizzando alberi e contesti, fermando l’acqua che scorre o addormentando il vento che soffia, cogliendo talvolta la desolazione perché la natura par contaminata dalla mano dell’uomo oppure contraddetta dai suoi stessi elementi, dalle forze paralizzate che la percuotono o nella sua anima scorrono.

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