Sant’Agostino

Elogio dell’antipatia

14 settembre 2013

Hugh Laurie nei panni dell'antipaticissimo Dr. House

Rendendomi immediatamente antipatico preciserò al lettore, lo sappia o meno, che la parola “antipatico”, anzi “antipatia”, da cui come aggettivo è tratto, viene dal greco e mette insieme la particella anti (contro) e il sostantivo pàthos (affezione, passione), indicando così, spiega il vocabolario etimologico, un’avversione, una ripugnanza naturale e non ragionata che si ha per qualcuno o per qualcosa. È insomma l’antipatia un sentimento avverso, che ha come sinonimi – lo precisa il vocabolario che li raccoglie insieme alle parole di significato opposto, e perciò si chiama dei sinonimi e dei contrari – avversione, odio, repulsione, insofferenza, intolleranza, incompatibilità, malevolenza, ripugnanza, orrore, ribrezzo, e come contrari, appunto, simpatia, attrazione, amicizia.

Come si vede il primo termine al quale si contrappone è “simpatia”, parola che ha la medesima radice, quel pàthos, e si avvale però della particella syn (con, insieme) per indicare un’inclinazione istintiva che attrae una persona verso un’altra ed è perciò, dice ancora il vocabolario etimologico, facoltà di partecipare ai sentimenti dei nostri simili, ai loro piaceri e dispiaceri.

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La politica ritrovata. XVI. Leggi, diritti, giustizia

2 dicembre 2010

XVI. Leggi, diritti, giustizia

Si è qui parlato di “prezzo giusto”. E sul tema della giustizia merita forse spendere qualche parola. Ad essa dedica alcune pagine anche Revelli, mettendo a confronto la politica degli antichi e quella dei moderni, la giustizia appunto e la forza. Revelli cita il celebre ed attualissimo brano del De civitate dei di sant’ Agostino:

Socrate

Senza giustizia, che cosa sarebbero in realtà i regni, se non bande di ladroni? E che cosa le bande di ladroni, se non piccoli regni? Anche una banda di ladroni è, infatti, un’associazione di uomini, nella quale c’è un capo che comanda, nella quale è riconosciuto un patto sociale e la divisione del bottino è regolata secondo convenzioni primieramente accordate. Se questa associazione di malfattori cresce fino al punto da occupare un paese e stabilisce in esso la sua propria sede, essa sottomette popoli e città e si arroga apertamente il titolo di regno, titolo che le è assegnato non dalla rinuncia alla cupidigia, ma dalla conquista dell’impunità.

Sant'Agostino

Intelligente e verace fu, perciò, la risposta data ad Alessandro il Grande da un pirata che era caduto in suo potere. Avendogli chiesto il re per quale motivo infestasse il mare, con audace libertà, il pirata rispose: «Per lo stesso motivo per cui tu infesti la terra; ma poiché io lo faccio con un piccolo naviglio sono chiamato pirata, perché tu lo fai con una grande flotta, sei chiamato imperatore»[1].

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La politica ritrovata. VII. Fini e mezzi

23 novembre 2010

Aristotele

VII. Fini e mezzi

Revelli sostiene che con Hobbes – con il suo riconoscimento che il male risiede negli istinti e nelle passioni dell’uomo fino a spingerlo ad essere «homini lupus» e soldato nel «bellum omnium contra omnes»; con il riconoscimento che l’uomo è di natura negativo, distruttivo e autodistruttivo; con il riconoscimento dell’artificiosità e dell’innaturalezza del “pactum” preservativo e salvifico – si consuma la rottura «con l’intera tradizione del pensiero politico classico, da Aristotele a san Tommaso (lasciamo per ora da parte Agostino) per cui l’uomo era invece l’animal politicum et sociale per definizione: l’essere per sua natura portato alla convivenza e all’armonia con i propri simili perché più di ogni altro bisognoso e dipendente dagli altri»[1].

Si è già avuto modo di contestare quest’affermazione, dal momento che la negatività dell’uomo e addirittura la sua tendenza autodistruttiva non escludono la propensione alla socialità, all’armonia e, cosa qui dimenticata, alla creatività.

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Cesare Luporini il marxista che sdoganò il “privato”

22 febbraio 2010

La copertina del numero del Ponte su Luporini

Cesare Luporini il marxista che sdoganò il “privato”

la Repubblica, edizione di Firenze

13 ottobre 2009

Il 20 agosto scorso ricorreva il centenario della nascita di Cesare Luporini, grande filosofo, critico letterario che ha fatto discutere, “pesante”, cioè grave, intellettuale del Pci. Nato a Ferrara, è stato un patrimonio di questa città, e un ottimo professore universitario, così almeno lo ricordo, avendo avuto la fortuna di frequentare nel 1979 l’ultimo seminario prima di andare in pensione, su “Persona e personalità: critica della morale e della psicologia”.

Il seminario affrontava questioni che in quegli anni di terrorismo, mutazioni genetiche della politica, ripensamenti e contorcimenti ideali, assalivano molti e costituivano argomento di pensieri e discussioni pubbliche e private. All’epoca scrivevo i miei primi articoli su l’Unità e dirigevo il periodico dei giovani comunisti universitari: Concentramentorenove, sul quale pubblicai un articolo che tentava di tracciare i contorni di quelle lezioni. Lo firmammo senza cognomi Francesco Cataluccio – oggi figura di spicco dell’editoria italiana – ed io.

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